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Andavamo alle Frattocchie

13/09/2008

Palmiro Togliatti ci passò la convalescenza dopo l’attentato del ’48, nella dépendance che gli ex corsisti ancora chiamano “Villa Togliatti”. Paolo Franchi ci rimise una Mont Blanc, dimenticata al tavolo della presidenza giusto il tempo di arrivare in fondo alla sala, tornare indietro e ricavarne amare considerazioni sui primi segni di un processo di laicizzazione imminente, o forse già in corso, anche nel Pci. Siegmund Ginzberg ci trovò la sua prima moglie, notando i graziosi lineamenti di una giovane compagna, cui per sua stessa ammissione dedicò molto maggiori attenzioni di quelle che prestò ai lineamenti di economia politica o di storia d’Italia. Tutti quanti, a cominciare da Pietro Folena, ne ricavarono un’inguaribile nostalgia per corsi, riunioni, assemblee e seminari come si svolgevano allora, in quella grande villa ottocentesca – con tanto di piscina e ping pong, con la grande mensa comune e quel terribile vino bianco dei Castelli – all’Istituto di studi comunisti Palmiro Togliatti, la scuola quadri del Pci. Una nostalgia che si sarebbe fatta insopportabile negli anni a venire e negli alberghi in cui si finisce adesso, ai tempi dei convegni e delle convention. E delle Summer School.
C’era però qualcosa di familiare nel titolo con cui l’Unità di ieri dava conto della prima giornata alla scuola estiva del Pd, inaugurata dal vicesegretario. In quel “Franceschini: ‘Il sistema capitalista non è eterno’”. E nel catenaccio: “Apre la summer school del Pd ipotizzando un nuovo modello di sviluppo”. Proprio così: “Un nuovo modello di sviluppo”. Un’espressione coniata da Pietro Ingrao, nel 1966, all’XI congresso del Pci. Il primo dopo la morte di Togliatti. Peraltro, con quel discorso, Ingrao si schierava contro il primo centrosinistra, che puntava a inglobare le masse operaie nel neocapitalismo, contrapponendogli la ricerca, per l’appunto, di un “nuovo modello” (alternativo al capitalismo). Giustamente, pertanto, l’articolo apparso ieri sull’Unità cominciava con queste parole: “La svolta anticapitalista del Pd si materializza tra le rovine della rocca medievale di Castiglione del Lago”.
Il resoconto di Europa, per la verità, era leggermente diverso. E del discorso di Franceschini tendeva a sottolineare maggiormente le lunghe citazioni da Bob Kennedy. Ma in fondo, non accadeva forse lo stesso ai tempi di Enrico Berlinguer, quando l’intervista a Giampaolo Pansa, su Repubblica, in cui il segretario del Pci dichiarava di sentirsi più sicuro “sotto l’ombrello della Nato”, veniva ripubblicata sull’Unità depurata, giustappunto, del passaggio sulla Nato? “Alla scuola del Pd in cerca di emozioni – Franceschini scalda i cuori dei partecipanti alla prima lezione”, titola Europa. “Su 750 iscritti, quasi la metà ha inviato il modulo d’iscrizione online, senza nessun legame con le strutture regionali del Pd”, si spiega nell’articolo. Il sito Internet del partito comunica che le lezioni si terranno a Castiglione del Lago, Cortona, Camucia e Montepulciano: “Tutte le informazioni su servizi e parcheggi sono disponibili nelle mappe in download”.
Per arrivare a Frattocchie, ovviamente, si faceva in un altro modo. L’unica indicazione era un cartello sull’Appia con scritto semplicemente: “Km 22″. A quel punto si sapeva che bisognava girare a sinistra e prendere una salita che s’inerpicava nel verde, sulla via di Albano. E lì, dopo avere girato nuovamente a sinistra, s’incontrava il cancello dell’Istituto di studi comunisti Palmiro Togliatti. Così chiamato, però, soltanto dopo la morte del Migliore (e poi ribattezzato semplicemente “Istituto Togliatti”, senza più “studi comunisti”, alla fine degli anni Ottanta, nell’ultimo tentativo di rivitalizzarlo).
Quale fosse il nome ufficiale della scuola prima della scomparsa di Togliatti nessuno sembra ricordarlo. E forse una ragione c’è. In un libro di qualche anno fa – “Botteghe Oscure addio”, Mondadori – Miriam Mafai ricorda infatti che la scuola era inizialmente intitolata ad  Andrej Zdanov, il terribile responsabile della cultura nel Partito comunista dell’Urss, ai tempi di Stalin e del realismo socialista. L’uomo che avrebbe ridotto al silenzio o messo al bando fior di artisti, accusati di “spirito piccolo borghese” e “degenerazione individualistica”, arrivando a definire pubblicamente la poetessa Anna Achmatova, in un celebre Plenum del Pcus, come “una monaca o una sgualdrina, o piuttosto monaca e sgualdrina insieme”. Naturale, pertanto, che dell’originaria intitolazione a Zdanov non sia rimasta traccia nella memoria di corsisti e docenti della scuola che sorgeva sull’Appia, in quella sperduta frazione del comune di Marino nota soltanto per avere dato i natali a uno storico capitano della Roma degli anni Ottanta – Giuseppe Giannini – e il nome alla scuola del Pci. Frattocchie.
La politica culturale del Pci di Togliatti – la famosa egemonia – si tenne sempre ben lontana dagli eccessi dello zdanovismo. Sebbene, forse, una traccia di quella piuttosto imbarazzante parentela si potesse scorgere, fino agli ultimi anni, nel grande quadro di Renato Guttuso che campeggiava in fondo all’Aula Magna – “La battaglia di Ponte Ammiraglio” – con Luigi Longo e Giancarlo Pajetta raffigurati nelle eroiche vesti dei garibaldini, con lo stesso Guttuso nei panni di un carrettiere ferito, e con Elio Vittorini in divisa borbonica. Non per nulla il quadro fu dipinto in quegli anni Cinquanta inaugurati per il Pci dalla clamorosa fuoriuscita dal partito del direttore del Politecnico, salutato su Rinascita da Togliatti con il famoso articolo: “Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato”.
Ben altri però erano allora i segni dei tempi – e della cultura stalinista – nel Partito comunista italiano, quando l’ufficio quadri di Botteghe Oscure, che sovrintendeva alla formazione, era diretto da Edoardo D’Onofrio. Oggi che Pietro Folena – e non solo lui – di Frattocchie ricorda soprattutto, tra il serio e il faceto, quell’atmosfera da “amore libero”, quasi fosse stata una comune hippy, sembra impossibile credere che ancora negli anni Cinquanta, anche lì, vigesse il rito tipicamente stalinista dell’autobiografia (come vigeva in tutto il partito, d’altronde). Eppure era proprio così.
Il primo giorno, gli allievi venivano riuniti tutti insieme e ciascuno doveva alzarsi e raccontare brevemente la propria storia personale e politica. “Ma questo – ricorda Miriam Mafai – era solo l’inizio del processo di ristrutturazione della personalità che era allora considerato compito della scuola. Durante il corso, gli allievi venivano tenuti sotto osservazione per individuarne il temperamento, le debolezze e i punti di forza”. La verifica di questo lavoro di “educazione politica e morale” era quindi affidata alla cerimonia finale, dove ciascun allievo “doveva parlare di sé e della propria famiglia, illustrare i motivi della scelta politica compiuta, scavare nei difetti e nelle debolezze della sua personalità, portare alla luce gli episodi più oscuri della sua esistenza”. Dopodiché, la parola passava a docenti e compagni di corso, che si impegnavano a scavare con le loro domande “nelle pieghe del detto e del non detto”.
Chissà che effetto avrebbe fatto, tutto questo, a “Franco, quarantenne romano”, citato da Europa a esempio degli iscritti alla summer school del Pd arrivati attraverso Internet, senza legami con le strutture di partito, che al giornale spiegava di essere stato pochi giorni prima all’iniziativa di Magna Carta – la fondazione diretta dal senatore del Pdl Gaetano Quagliariello – perché “curioso di confrontare le proposte soprattutto su un tema a me molto caro come l’energia e lo sviluppo sostenibile”. Probabilmente non ci sarebbe neanche entrato, a Frattocchie.
All’inizio, per la verità, non ci potevano entrare nemmeno le donne, che avevano le loro scuole di partito rigidamente separate da quelle dei maschi (perché, ovviamente, Frattocchie era solo la punta più alta di una vasta rete di scuole diffuse per la penisola, seguendo la struttura del partito, dalla Lombardia alla Campania). Quando si decise di provare ad aprire l’Istituto al genere femminile, ancora ai tempi di D’Onofrio, l’ufficio quadri cominciò con il selezionare quattro compagne particolarmente meritevoli, che lo stesso D’Onofrio volle incontrare di persona. “Vivrete per tre lunghi mesi – disse loro con tono grave – sotto lo stesso tetto con trentasei uomini. Il vostro comportamento sarà decisivo per evitare che il collettivo sia turbato da storie di innamoramenti e di gelosie”.
Difficile immaginare Giorgio Tonini – coordinatore dell’area “Ricerca, studi, formazione” del Pd – nell’atto di rivolgere simili ammonimenti agli allievi della sua scuola, che comunque durerà tre giorni, non tre mesi, riducendo considerevolmente il rischio di innamoramenti e gelosie. “La prima edizione della Scuola Estiva del Pd – scrive Tonini sul sito Internet del partito – è dedicata a quella che è probabilmente la questione politica cruciale del nostro tempo e certamente il nodo identitario fondamentale di un partito che ha voluto definirsi democratico: ‘Il futuro della democrazia, tra globale e locale’. Con l’aiuto di maestri del pensiero politico democratico e di studiosi attenti alle evoluzioni in atto in campo internazionale, come in quello della società italiana, ci porremo la domanda più radicale che la globalizzazione, accanto e insieme alle straordinarie opportunità che va dischiudendo per una grande parte, finora esclusa, dell’umanità, sta inducendo in particolare in occidente: se e come sia possibile la politica democratica nel XXI secolo, se e come sia oggi possibile orientare intenzionalmente lo sviluppo umano”.
Una decisione coerente, spiega ancora Tonini, con “il grande rilievo che il Pd intende assegnare al lavoro culturale, nella sua duplice dimensione di ricerca, di innovazione intellettuale a confronto con i grandi interrogativi del nostro tempo; e di formazione, di trasmissione attiva e creativa, da una generazione all’altra, del patrimonio di principi e valori, idee e proposte, da aggiornare continuamente, del riformismo italiano”.
Sarebbe facile, naturalmente, ironizzare sul “patrimonio di principi e valori” che trasmetteranno agli studenti Vandana Shiva e Jeremy Rifkin. Sull’arricchimento che agli allievi potrà venire da una sfilza di interventi che difficilmente potranno andare molto oltre quanto quegli stessi grandi nomi, compressi a dozzine nel panel della summer school, già offrono quotidianamente su tutti i principali giornali. Ma forse, alla fin fine, non c’è poi una gran differenza tra le teorie antisviluppiste degli idoli dei no global che vanno di moda oggi e le citazioni di Lenin con cui negli anni Settanta un anziano docente delle Frattocchie si guadagnava il soprannome che l’avrebbe accompagnato tutta la vita: “La dettatura del proletariato”.
Del resto, negli anni Settanta, il Pci doveva innanzi tutto fronteggiare la deriva estremista – e la concorrenza, soprattutto tra i giovani – del neoleninismo e dell’antifascismo militante. “E così – ricorda Sergio Soave – tutto si riduceva, sostanzialmente, a spiegare che quando Lenin diceva che lo stato borghese non si riforma ma si abbatte, in realtà voleva dire che non si abbatte ma si riforma”. E poi, forse, non erano i corsi, le lezioni o i seminari, la parte importante. Questo almeno è quello che dicono tutti, o quasi tutti, oggi. A cominciare da Paolo Franchi, autore nel 1976 di “Socialismo, democrazia e nuove generazioni” per una piccola collana edita proprio dalle Frattocchie. “Onestamente, a me non ne viene in mente uno solo, dei dirigenti che ho conosciuto, di cui si possa dire che si sia formato alle Frattocchie”. Ma è anche vero che allora, negli anni Settanta, le cose erano già parecchio cambiate, rispetto ai tempi di D’Onofrio, che era capace di rimproverare con asprezza un dirigente al termine della sua lezione, conclusa da un inconsueto applauso degli studenti. E proprio per quello, spiegava, perché lì “non si andava per divertirsi”.
Certo però non era Frattocchie, e tanto meno ai tempi di Togliatti, il luogo in cui si formava la politica culturale del Pci. Qualcuno, forse esagerando, sostiene che sin dall’inizio quello di Frattocchie sia stato “un mito, un equivoco”. Certo è che la famosa egemonia togliattiana si sviluppava attraverso ben altri canali.
“Frattocchie – ricorda Emanuele Macaluso – ha avuto innanzi tutto una funzione di prima alfabetizzazione di una fascia di militanti che allora, all’inizio, era composta in gran parte di operai con la terza elementare, braccianti, contadini”. E lì non si studiavano solo i classici del marxismo o la storia dell’Urss e del partito comunista bolscevico, ma anche la storia d’Italia e l’economia politica, almeno in forma rudimentale. Poi c’erano anche, certamente, i corsi per quadri di livello un po’ più elevato, da cui potevano uscire segretari di federazione e amministratori locali. Ma insomma, in verità, non era quella la vera scuola. “Perché l’unica vera scuola del Pci era il partito stesso”. Operai e contadini, i primi studi, li facevano in sezione, magari sulle dispense dei corsi intitolati a Lenin o a Stalin. I militanti di base si formavano leggendo l’Unità, i quadri medio-bassi avevano “Il quaderno dell’attivista”, per gli intellettuali c’era Rinascita. E c’era soprattutto un rapporto complesso e avvertito, per cerchi concentrici, con le case editrici e con il mondo della cultura interno o vicino al partito, dagli Editori Riuniti alla Einaudi. C’era l’Istituto Gramsci, che custodiva il patrimonio tradizionale e allo stesso tempo si sforzava di aggiornarlo con gli strumenti della moderna analisi sociale. C’era anche Valentino Gerratana, che proprio per l’Istituto Gramsci avrebbe curato la prima edizione critica dei “Quaderni del carcere” e che persino a Frattocchie avrebbe cercato di spiegare che Gramsci e Togliatti non erano proprio la stessa cosa, mettendo in discussione – sia pure con tutte le cautele del caso – una duplice identificazione che era forse la pietra angolare della politica culturale togliattiana: quella di Gramsci con il meglio della tradizione italiana (la famosa genealogia De Sanctis-Labriola-Croce-Gramsci) e quella di Gramsci con se stesso, dunque con il suo partito, il “partito nuovo”.
Non erano i corsi, insomma, quello che sarebbe rimasto nella memoria degli allievi delle Frattocchie. Nemmeno negli anni Settanta. Era semmai il fatto che lì, nelle poltroncine accanto alla mensa, ti poteva capitare di sentire un vecchio che si lamentava di quando lui glielo aveva detto, a Lenin, che si sbagliava. E magari era proprio quella volta famosa in cui Lenin gli aveva risposto: “Plus de souplesse, camarade Terracini”. E capivi di avere davanti Umberto Terracini, il presidente dell’Assemblea costituente. Perché, fino agli anni Settanta, li potevi trovare tutti, a Frattocchie, i dirigenti del Pci. Ci potevi trovare, magari, Mauro Scoccimarro, a discutere con i giovani rivoluzionari che in quegli anni ricominciavano con la storia della “Resistenza tradita” e del “vi siete fatti fregare da Einaudi”, e a rispondere che Einaudi sapeva cosa fare e loro no, e che se sei al governo e le ferrovie sono dissestate e il pane è razionato, prima di pensare alla pianificazione devi rimettere a posto i treni e dare da mangiare alla gente. E questa, insomma, era alla fine la vera funzione delle Frattocchie. “La trasmissione di un sapere e di una memoria tra generazioni – dice Soave – che ti faceva sentire davvero dentro una grande storia, parte di un movimento mondiale. E in fondo è questa la vera differenza dalle summer school del Pd, dove non va neanche Prodi: che non hanno niente da raccontarsi”. Duccio Trombadori la ricorda come una specie di naja, cui nonostante tutto continua a guardare quasi con rimpianto: “Ci ha dato un indirizzo, un’educazione di cui poi, per fortuna, ci siamo liberati. Però è triste vedere che oggi non ci sono neanche maestri di cui un giorno potersi liberare”.
Ma tutto questo, ovviamente, era finito ben prima che la scuola del Pci chiudesse definitivamente i battenti. Stefano Sedazzari, oggi capoufficio stampa del Pd al Senato, è stato tra i suoi ultimi responsabili. E ancora ricorda con orgoglio, ad esempio, il corso di 15 giorni alla London School – organizzato proprio dal glorioso Istituto Togliatti di Frattocchie – o i seminari sulle riforme costituzionali o quelli sulla comunicazione politica. E chissà che proprio questa precoce attenzione alla comunicazione non abbia influenzato anche uno dei compagni che si occupavano della vigilanza, Enrico Lucci (quello delle “Iene” di Italiauno). Fatto sta che nel 1989, sia pure in piena Perestroijka, Sedazzari e gli altri dirigenti dell’Istituto Togliatti si trovavano a Mosca, per un formale confronto sulle teorie di Gramsci con i compagni sovietici. Finché nel salone non irruppe il compagno Smirnov, portando l’ultimo dispaccio della Tass che dava conto del discorso di Achille Occhetto alla Bolognina. “Ignari di tutto – ricorda Sedazzari – chiedemmo un time out, e corremmo fuori in cerca di Sergio Sergi, allora inviato dell’Unità a Mosca, perché ci spiegasse qualcosa”.
Qualcosa, in effetti, era successo. Di lì a poco si sarebbe conclusa la storia del Pci, e anche quella dell’Istituto Togliatti. “Non ho mai partecipato a un corso alle Frattocchie, non sono mai stato in una scuola di partito, non sono mai andato all’estero nei paesi socialisti”, dirà Walter Veltroni, in un libro-intervista del 1995, per dimostrare come la sua esperienza nel Pci non l’avesse mai fatta “pensando alla carriera”. E come primo esempio citava proprio quello: Frattocchie. Quella del “funzionario cresciuto alle Frattocchie” è stata a lungo, infatti, una leggenda nera. E forse una leggenda tout court, se ha ragione chi sostiene sia sempre stato poco più che un dopolavoro per militanti. Certo è che Frattocchie senza le sezioni e le federazioni, senza le case editrici e la retorica – in buona parte fasulla – sul “Gramsci grande italiano” e sul Pci come erede del meglio della tradizione democratica italiana – e insomma, senza Togliatti e tutta la sua politica – sarebbe servita a poco. E poco conta, in fondo, che tra i relatori della summer school del Pd qualcuno abbia riconosciuto diversi, gloriosi docenti delle Frattocchie. Quel partito che veniva da lontano e andava lontano, come diceva Togliatti, è arrivato da tempo al capolinea. A Cortona non c’è dunque nessuna nuova Frattocchie, per la semplice ragione che non c’è alcun Pci, e tantomeno alcun Togliatti. E chissà se al chilometro 22 dell’Appia è rimasto ancora quel famoso cartello che indicava agli allievi la necessità di svoltare a sinistra. Probabilmente no. (il Foglio, 13 settembre 2008)

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10 commenti leave one →
  1. 13/09/2008 19:35

    Il quadro di Guttuso è meraviglioso.

  2. 14/09/2008 14:46

    Francè l’intervista di Berlinguer a Pansa del ’76 era al corriere, per il resto sei d’applausi.

  3. Roberto permalink
    14/09/2008 17:08

    Sparite le Frattocchie restano i suoi frequentatori. Sto leggendo Compagni di scuola, di Andrea Romano. Illuminanti alcune citazioni. Umberto Ranieri, raduno di Pontignano del 1995, parla della classe dirigente di allora (la stessa di oggi). D’Alema che, cito integralmente dal libro di Romano, quanto al periodo post 1989 afferma che “non avevamo alternative. Eravamo come una grande nazione indiana chiusa tra le montagne, con una sola via d’uscita, un canyon, e lì c’era Craxi con la sua proposta di unità socialista, in sostanza un progetto annessionistioo. Come uscire da quel canyon? Questo era il nostro problema strategico: come trasformare il PCI senza cadere sotto l’egemonia craxiana, che avrebbe segnato la disfatta della sinistra? … L’unità socialista era una grande idea, ma senza Craxi. Allora avevamo una sola scelta: diventare noi il partito socialista in Italia”. Evviva la sincerità. E, prontamente, arriva Tangentopoli. Se si eccettua la comparazione con il popolo indiano, cioè nativoamericano come direbbe Uolter, perseguitato e non persecutore, niente da dire. Peccato che poi non abbiano mai avuto il coraggio di chiamarsi espressamente socialisti, impossibilitati a farlo da decenni di educazione del popolo ad una presunta diversità – rectius, superiorità – morale ed antropologica. Chi glielo raccontava poi ai frequentatori delle sezioni? E quale fu il primo progetto politico del lider Maximo, non appena nominato, infine, segretario di quel partito diverso, moralmente superiore? Cito ancora il D’Alema virgolettato da Romano: “non ci interessa che tutti debbano arrivare, ma che tutti possano arrivare”, in pratica, ciò che il PSI sosteneva da decenni. Ancora una volta largamente ultimi nella storia, ma ancora una volta pronti ad insegnare agli altri per quale motivo fosse giusto stare dalla parte in cui gli altri stavano già, tranquillamente, da tempo. Ma, ovviamente, superiori a questi ultimi, antropologicamente e moralmente, come insegnava l’austero Berlinguer e come predicavano alle Frattocchie. La consapevolezza dell’attuale pochezza non mi fa velo: non ho alcuna nostalgia per quei tempi, ne vivo ancora, con fastidio, i postumi. Solo i miei figli, forse, se ne libereranno. Io vedo e sento questi profeti e ricordo i loro predicozzi ed i loro ripensamenti e mi chiedo come possano ancora ritenersi non solo in grado, ma i migliori possibili, per guidare il paese verso un approdo che molti volevano da decenni e che, loro per primi, osteggiavano non solo nelle applicazioni pratiche, ma, prima ancora, in linea di principio. Mi viene in mente il D’Alema che saluta il Mussi che se ne va ricordando loro due che, in motoretta, vanno sulle colline per decidere se approdare al Manifesto o rimanere nel partito ed infine, purtroppo per noi, optano per quest’ultima strada. Poi, aggiunge D’Alema, solo alla fine Mussi gli dice che la sua compagna è incinta e la sposerà, come fosse un dettaglio, e lo racconta pure con orgoglio, quasi fosse un titolo di merito e non qualcosa rispetto alla quale riflettere. Frattocchie addio, andate in pace. PCI addio, riposa in pace. I comunisti, prima o poi, si faranno da parte anch’essi

  4. 14/09/2008 17:19

    A me ha fatto ripensare ad un libro di Bianciardi: Il lavoro intellettuale.

  5. 18/09/2008 15:53

    Cortona non è stata una Frattocchie, semplicemente per il fatto che siamo ancora alla ricerca di un’identità: ma quest’identità non può venire dalla lettura dei giornali, bensì dalla crescita di una classe dirigente che elabori un pensiero, utilizzando gli strumenti forniti dai pensatori del nostro tempo. Nè Rifkin nè Vandana Shiva sono il nostro modello, come neanche lo è al cento per cento il catastrofismo di Ruffolo e di Fitoussi, certo, ma il PArtito Democratico può cogliere da ognuno di loro qualcosa che serve a costruire un pensiero che si opponga a questa destra che per scuola intende ormai la televisione.

    Per non parlare del significato, questo rimasto intatto, di un migliaio di ragazzi provenienti da tutta Italia che fanno conoscenza e si scambiano la propria esperienza maturata nelle specificità territoriali.

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