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L’Espresso lancia Di Pietro come politico dell’anno: “Unico vero oppositore a Berlusconi”

24/12/2008

Roma. Sembra un attimo, e in effetti non è passato nemmeno un anno, da quando Walter Veltroni primeggiava in tutti i sondaggi e scalava tutte le classifiche: in televisione, sui giornali e persino su Internet. Ed ecco la home page dell’Espresso di questi giorni: “Vota la persona dell’anno”. Su lista bloccata, però. “L’Espresso – recita infatti la pagina web del settimanale – propone una lista di venti personaggi italiani e stranieri che si sono distinti, per i più diversi motivi, nel corso dell’anno che si sta concludendo”. Il primo della lista è ovviamente Barack Obama. Il secondo Roberto Saviano. Ma ci sono anche Silvio Berlusconi e Mariastella Gelmini. Accanto a ogni foto c’è una breve motivazione, scritta dalla redazione. C’è Ingrid Betancourt (che “ha resistito sei anni prigioniera nella giungla della Colombia ed è diventata il simbolo di tutte le donne del mondo che non si arrendono alla violenza e alla sopraffazione”) e c’è Clementina Forleo (che “ha dimostrato uno straordinario coraggio nelle sue inchieste sulle collusioni tra potere politico ed economico e lo ha pagato in prima persona con il trasferimento a Cremona”).
Ma nella lista “proposta” dall’Espresso, questa volta, Walter Veltroni non c’è. Per essere precisi, non c’è nessun esponente del Partito democratico, né del centrosinistra, a eccezione di Antonio Di Pietro. E per chi volesse votarlo – come “persona dell’anno”, s’intende – ecco la motivazione: “Con un partitino che solo tre anni fa era ai minimi termini, quest’anno ha saputo proporsi agli italiani come l’unico vero oppositore del governo Berlusconi nelle battaglie per la legalità e contro il conflitto di interessi. Con un linguaggio che, lontano dal cauto politichese, comunica in modo diretto e comprensibile a tutti”. E poi dicono che nel Pd non devono cedere alla sindrome del complotto. Difficile resistere, in queste condizioni. I sospetti sulla “campagna di stampa” non bastano però a cancellare i segni delle lotte intestine e dell’incertezza strategica.
Lotte intestine e incertezza strategica che hanno fruttato a Di Pietro più di qualsiasi manovra esterna. E lui è il primo a saperlo. E ad approfittarne, come ha fatto ieri presentando in conferenza stampa i tre nuovi responsabili dell’Italia dei valori per la politica estera, le riforme istituzionali e il lavoro, tutti e tre ex diessini: Pino Arlacchi, Stefano Passigli e Paolo Brutti. Già pronti per loro i tre nuovi “dipartimenti”, perché, come dice Di Pietro, “sempre più italiani vedono in noi un’alternativa di governo”. E visto che ormai “in Abruzzo abbiamo il 15 per cento”, ragiona l’ex pm, il Pd farebbe bene a smetterla con la litania del “lasciate Di Pietro, rimaniamo con Di Pietro, no ai ricatti di Di Pietro”. Nemmeno le intercettazioni in cui si parla di suo figlio, uscite ieri sui giornali, bastano a rovinargli l’umore. “Non c’è figlio che tenga, auguro ai magistrati buon lavoro”, dichiara. E ripete che giornali e pm devono andare avanti liberamente.
Ben diversa l’aria che tira nel Pd. Quel 19 per cento in Abruzzo, appena quattro punti sopra l’Idv, pesa come una profezia di sventura sulle prossime tornate elettorali. Pesano le critiche della stampa, a cominciare da quella un tempo considerata amica. In molti sospettano che Carlo De Benedetti, editore di Espresso e Repubblica, stia usando la questione morale e l’affermazione dipietrista per aprire la lotta di successione nel partito. All’ultima direzione Veltroni ha assicurato che lavora per alleanze dalla sinistra radicale all’Udc (anzi, ha spiegato, più se ne parla e più si rende difficile il suo paziente lavoro) e ha ripetuto quanto diverso sia il suo Pd dall’Italia dei valori. Poi però è dovuto intervenire Piero Fassino, un attimo prima che il famoso documento unitario venisse messo ai voti, perché in tema di giustizia il testo non dichiarasse solennemente: “Non consentiremo  che un tema cosi delicato e decisivo venga travolto da uno scontro idelogico tra giustizialismo e garantismo”. Perché, come ha fatto notare garbatamente Fassino, giustizialismo e garantismo non andrebbero messi sullo stesso piano. (il Foglio, 24 dicembre 2008)

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