Di questi tempi, in questo paese
Quando decidemmo di chiamare questa rubrica “Hotel Lux” non potevamo immaginare che la nostra metafora avrebbe improvvisamente preso vita, materializzandosi sulle televisioni di tutto il mondo senza nemmeno avvisarci prima: l’albergo in cui a Mosca venivano ospitati, spiati e all’occorrenza fatti sparire i massimi dirigenti dei partiti comunisti di tutto il mondo, per fortuna, non esiste più; in compenso, come si vede, esistono ancora vari confortevoli Sofitel, come quello in cui Dominique Strauss-Kahn ha passato una delle sue ultime notti da direttore del Fondo monetario internazionale, prima di essere sbattuto in galera, costretto di fatto a dimettersi per ottenere almeno gli arresti domiciliari, e ora – grazie a un’intercettazione telefonica effettuata quasi due mesi fa – improvvisamente rilasciato, appena tre giorni dopo la nomina del suo successore alla guida del Fondo monetario. Dovessimo cominciare oggi una rubrica in cui commentare regolarmente le vicende della sinistra su questo giornale, di questi tempi, in questo paese, proporremmo dunque di chiamarla, più semplicemente, “Sofitel”. Continua a leggere…
L’anello che non tiene
Tre giorni dopo la nomina del nuovo direttore del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, tutto a un tratto pare che le accuse contro Dominique Strauss-Kahn non siano poi così solide. Da queste parti – per esempio qui e qui – qualche dubbio lo avevamo avanzato subito. Vedremo. Nel frattempo, potrebbe essere utile ripercorrere tutto il dibattito che si è svolto al riguardo nel mondo, e in particolare in Italia.
Lezione di giornalismo
Dalla home page del Corriere della sera: piccola lezione su come si selezionano le notizie, si scelgono le foto, si fanno i titoli, quando si è deciso di condurre una campagna di stampa. Senza dirlo.


Da mesi, che si parli della prossima manovra economica del governo Berlusconi, o della crisi dell’euro, o delle tensioni tra Pdl e Lega, nel dibattito compare sempre un qualche riferimento alla Grecia. Nei momenti critici, seppure con decrescente attenzione, la crisi greca riconquista uno spazio autonomo nel flusso delle notizie; ma il più delle volte fa la sua fugace comparsa soltanto come termine di paragone, come pericolo da scongiurare, come modello negativo. Eppure è difficile trovare un’immagine più intensamente evocativa, uno spicchio di realtà che abbia in sé un più forte valore simbolico delle fiamme che salgono dalla culla della civiltà occidentale, e della democrazia. Continua a leggere…
Soltanto sei mesi fa, nel dibattito sulla fiducia del 14 dicembre, Antonio Di Pietro si rivolgeva al presidente del Consiglio con queste parole: “Qualunque sia il risultato numerico del voto di fiducia… è chiaro che non ha più quella maggioranza politica che le permette di governare”. Ieri, invece, dichiarava al Corriere della sera: “Io Berlusconi lo voglio sfidare. Porti in Parlamento la riforma fiscale, l’aumento delle imposte sulle aliquote finanziarie e il taglio di quelle sul lavoro, l’abolizione delle province, e noi non ci tireremo indietro”. Il 14 dicembre intimava al premier: “Non le rimane che rassegnarsi al suo destino, consegnarsi alla magistratura e come un Noriega qualsiasi farsi giudicare”. Quindi, vedendo Berlusconi che abbandonava l’aula, gli urlava dietro: “Pavido, pavido… Scappi alle Bahamas”. Ieri, dopo il clamore suscitato dalla foto del suo colloquio a tu per tu con il grande nemico, diceva al Fatto quotidiano: “E’ parte del nostro percorso di crescita spiegare alla gente che c’è un galateo istituzionale che va rispettato”. Se infatti Di Pietro aveva parlato con Berlusconi – era la spiegazione dell’ex pm – lo aveva fatto “perché eravamo in Parlamento”, perché bisogna capire “il dovere istituzionale di un leader”. E a dirlo era lo stesso leader che in Parlamento, il 29 settembre, aveva dichiarato: “Lei, signor Berlusconi, non è un presidente del Consiglio ma uno stupratore della democrazia”. Continua a leggere…
Come uscire dal berlusconismo
Nell’elenco delle richieste leghiste a Silvio Berlusconi avevamo avvertito subito qualcosa di familiare. Dopo il ritiro unilaterale dal conflitto, una nuova politica economica e la repubblica federale, ci aspettavamo che la successiva richiesta di Umberto Bossi fosse, conseguentemente, tutto il potere ai soviet. Qui però Umberto Bossi ha deciso di scartare, abbandonando il programma leniniano del ’17 e il disfattismo rivoluzionario, a quanto pare, per una più sobria riforma della legge elettorale. Continua a leggere…
