Ho letto un libro di cui parlerò a lungo: “Lettere dalla prigionia”. Le lettere di Aldo Moro, in una nuova edizione a cura di Miguel Gotor, accompagnate da un lungo saggio – non solo, non semplicemente sulle lettere e sul caso Moro – ma di questo ho già scritto qui. Proprio la scrupolosa ricostruzione filologica di Gotor rischia però di rendere più difficile tornare a leggerle, quelle lettere, dopo avere imparato a riconoscere i segni della manipolazione cui furono sottoposte. Eppure la loro bellezza resiste. Anzi, in un certo senso, direi che ne viene quasi accresciuta. (continua…)
E’ uscito da poco un libro in cui si fanno letteralmente a pezzi la maggior parte degli attuali leader politici – da Antonio Bassolino a Gianfranco Fini, da Massimo D’Alema a Clemente Mastella – ma che non somiglia neppure lontanamente a “La casta” di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Un libro in cui si danno giudizi senza appello su tutti i partiti presenti in Parlamento e in cui si denunciano apertamente i mille modi in cui sono stati sperperati (per non dire di peggio) miliardi e miliardi di euro – roba che in confronto le storie delle comunità montane e del barbiere della Camera sono favole edificanti – ma che non somiglia nemmeno un pochino alle tirate di Beppe Grillo. (continua…)
Da tempo volevo scrivere qualcosa su questo libro, perché lo ha scritto il mio filosofo di riferimento, perché è un bellissimo libro e perché mi ha riportato alla mia infanzia. E’ una raccolta di saggi e il primo saggio riguarda la famosa scommessa di Pascal, la teoria secondo cui conviene comunque scommettere che Dio esista, perché se esiste vinci il paradiso, mentre se non esiste non perdi nulla. Non vi riassumerò tutta l’interpretazione di questa apparente banalità che dà Massimo, anche perché se ve ne anticipassi la conclusione vi toglierei il piacere maggiore della lettura, che è per l’appunto quello di seguire la ricostruzione passo dopo passo, nonostante la conclusione sia in un certo senso sotto gli occhi sin dall’inizio, un po’ come la lettera rubata di Edgar Allan Poe o una puntata del Tenente Colombo. (continua…)
In copertina c’è Luca Cordero di Montezemolo, intento a ravviarsi i capelli sotto il titolo: “Il partito della decadenza”. Siccome non è un libro scritto per farsi degli amici, a completare l’illustrazione delle premesse ideologiche, politiche ed estetiche dell’autore – Lodovico Festa – c’è pure il sottotitolo: “Gli anni di Prodi e Montezemolo”. Sbaglierebbe, però, il lettore di sinistra che si lasciasse trarre in inganno dal sottotitolo, accantonando il pamphlet come propaganda berlusconiana. Nel momento di maggiore isolamento del governo Prodi e della sua maggioranza, infatti, chiunque avesse davvero a cuore le sorti del centrodestra tutto dovrebbe fare meno che aprire – proprio ora – uno scontro tanto aspro con quello che Festa chiama affettuosamente il “piccolo establishment”. E che sarà pure piccolo rispetto alla grandezza (interpretiamo il pensiero dell’autore) di Gianni Agnelli e di Enrico Cuccia, ma gode ancora di una discreta influenza sulla politica italiana. (continua…)
Quello che penso a proposito del piccolo dibattito sollevato dall’ultimo editoriale di Gian Antonio Stella sul Corriere, che venerdì si è modestamente paragonato a Luigi Einaudi, lo trovate qui. Articolo di ieri, scritto dopo aver visto che sul Corriere anche Pierluigi Battista dava man forte a Stella, paventando “i rischi di un nuovo fascismo”. Nientemeno.
“Forse è il caso di chiedersi – scrive Battista – se la vulnerabilità al richiamo salvifico di una rivoluzione che avrebbe trascinato nel fango i partiti non abbia fatto sentire i suoi effetti in un Novantadue, oltre che in un Ventidue”. Ecco, giusto, è certamente il caso di chiederselo. Chiediamoci dunque “se non sia stata cioè anche la mistica giustizialista del 1992 l’occasione per il rivitalizzarsi di uno spirito rivoluzionario in cui la ghigliottina giudiziaria si è fatta forte di una smania antipartitica così imponente da travolgere anche la cultura liberale più refrattaria ai raduni di piazza delle tricoteuses”. Forse qui Battista allude agli implacabili corsivi apparsi su Quattroruote, ai feroci editoriali di Donna Moderna? Non so. So però che ha ragione da vendere: occorre senza dubbio chiedersi anche questo. Dopodiché, riattacca con la “casta politica che si sente sotto assedio, senza capire che dovrebbe dar retta a un ipotetico nuovo Einaudi (non a Grillo, ma a un nuovo Einaudi liberale) se vuole aspirare a qualche chance di salvezza”. Può salvarsi, per esempio, con “seri accordi bipartisan sulla giustizia”, ma ovviamente non con “stratagemmi sotterranei” (“come ha scritto Piero Ostellino sul Corriere”). Può salvarsi, per esempio, con una seria moralizzazione, “non con la ricerca di un nuovo capro espiatorio da sacrificare in piazza (come sembra accadere nell’accanimento smodato sfoderato nei confronti di Mastella)”. Anche qui, nell’accanimento addirittura smodato contro Mastella, non è chiaro però se il riferimento sia ai lunghi servizi dedicati al caso dal Corriere dei Piccoli, o magari dalla gazzetta di Benevento. Chissà.
Giusto ieri ho cominciato a leggere “In principio era la meraviglia” di Enrico Berti, dove si spiega che la meraviglia di cui parlano Aristotele e i greci è un concetto difficile da afferrare per noi, che per l’influenza della cultura cristiana siamo soliti confonderla con l’ammirazione (il greco thaumazein, meravigliarsi, si traduce in latino con admirari). “Per i cristiani – scrive Berti – il creato suscita ammirazione in chi si sofferma a contemplarlo, perché è opera di Dio”. Mentre la meraviglia dei greci non nasce da un sentimento di tipo estetico, ma da un atteggiamento teoretico. E’ “desiderio di sapere”, e più precisamente di sapere “il perché” (in caso Battista passasse di qui, gliene consiglio vivamente la lettura).
Pur non avendone letta una sola riga, sento di dovere approfondire il mio pensiero in merito a “Il liberismo è di sinistra” di Giavazzi e Alesina, affinché non pensiate che i giudizi che ne ho dati sin qui fossero dettati da idiosincrasie personali o da pregiudizio ideologico. Devo dire subito che il libro credo sia poco più che la bella copia dei loro editoriali sul Corrriere della sera e sul Sole 24 ore, messi insieme alla meglio da pazienti collaboratori, per cui di quelle pagine, alla fin fine, penso di averne lette più io dello stesso Giavazzi. Ma non è questo il punto. Il punto è che il “Il liberismo è di sinistra” di Giavazzi e Alesina, secondo me, sta all’opera di Adam Smith e seguaci come l’ “Abc del comunismo” di Bucharin e Preobrazenskij sta all’opera di Karl Marx: analoghe le proporzioni, la funzione e lo stile dei due bignamini rispetto alle fonti originali. Proporzioni, funzione e stile che sono ovviamente quelli caratteristici di un agile compendio a uso delle masse, manuale pratico per il militante, piccolo catechismo in cui anche al più semplice dei lettori si comunichino in modo comprensibile i primi rudimenti e i dogmi fondamentali della fede. Il parallelo, però, non emerge soltanto da queste caratteristiche, ma innanzi tutto nell’apporto specifico alle rispettive ideologie da parte dei loro volenterosi divulgatori, i quali prima che studiosi sono dirigenti rivoluzionari, in cui rispetto della ragion di stato e sincera adesione ai valori e agli interessi del paese guida, in entrambi i casi, sono tutt’uno con la loro visione del mondo.
Venerdì sera sono passato un minuto da mia madre prima di andarmene a casa. L’ho trovata davanti al televisore che trasmetteva un’intervista al giornalista Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso a Milano nel 1972, dopo la campagna di stampa che lo indicò come l’assassino dell’anarchico Giuseppe Pinelli. L’inchiesta condotta a suo tempo da Gerardo D’Ambrosio, che ha dimostrato tra l’altro come il commissario non si trovasse nemmeno nella stanza al momento della tragedia, non è bastata a cancellare gli effetti di quella campagna, che si sentono ancora oggi, forse anche su di me. (continua…)