Dopo quindici anni di onorato servizio in una sezione del Pds prima e dei Ds poi, un anno fa quasi esatto decisi che quella non era più casa mia. Il Pd, intendo, e di conseguenza la sezione. E va bene. Però, insomma, ieri ho letto sul Corriere della sera un articolo sulla chiusura di quella sezione – proprio lei – per mancanza di fondi. Con il seguente commento di Nicola Zingaretti: “Se dopo aver governato Roma per quindici anni non abbiamo questi fondi, vuol dire che non abbiamo preso mazzette”.
Lasciamo perdere gli aspetti di logica elementare. Lasciamo perdere il senso di sé, il senso dell’opportunità e del ridicolo, lasciamo perdere tutti i dettagli. Quello che mi colpisce è il grado di alienazione che emerge da una dichiarazione simile, in un momento simile, da parte di uno che prima di fare il presidente della provincia è stato pure segretario della federazione romana dei Ds. Perché, davvero, io credo che nemmeno a Massimo Calearo sarebbe potuto uscire un commento del genere. Solo a un alieno.
Finire il tuo lavoro prima di quanto ti sia mai capitato. Notare dalla finestra dell’ufficio, mentre raduni le tue cose, che là fuori è ancora giorno, c’è ancora luce, c’è ancora vita.
Domandarti cosa potresti fare, ora.
Non è che sono cattivo, non mi disegnano così e non ho nemmeno avuto un’infanzia difficile. E’ vero che tendenzialmente ho un’opinione piuttosto definitiva - e in genere, va bene, piuttosto bassa - di qualunque argomento-fatto-persona si parli. Ed è vero che puntualmente, alla classica domanda: “Va bene, allora dicci un cosa-fatto-persona che ti piace”, cado regolarmente in un silenzio smarrito. (continua…)
Da un po’ di tempo - oggi, per esempio, lo fa in un’intervista all’Unità - Walter Veltroni dice che il Pd ha preso il 34 per cento. Come si possa arrotondare 33,1 fino a 34 è per me un mistero (per chi soffrisse di amnesie, qui i dati del ministero dell’Interno). Oltre tutto, se il 33 per cento è un grande risultato – come Veltroni e tanti altri hanno sostenuto per giorni – non capisco che bisogno ci sia di alzarsi il punteggio. Ma probabilmente sono io che non ho sufficiente elasticità mentale. Infatti ancora non ho capito come si potesse sostenere fino all’ultimo giorno di essere a due punti di distacco dal centrodestra, se poi è finita 46 (Pdl+Lega+Mpa) a 37 (Pd+Idv). Cioè con nove-dicasi-nove punti di differenza. E adesso le stesse persone che per tutta la campagna elettorale mi hanno spiegato che invece era proprio così, che grazie alle scelte di Veltroni da me tanto criticate la partita era apertissima, che sostenere che il Pd avrebbe raccolto bene che andasse il 34 e male che andasse il 32 era fare del disfattismo, profetizzare sventura, farsi accecare dalla faziosità, quelle stesse persone ora mi spiegano che avere preso il 33 è un miracolo, un successo insperato, un trionfo. Il risultato è lo stesso, ma fino al 13 aprile era una disfatta, dal 14 aprile in poi un trionfo. Per le stesse persone. Buona parte delle quali, per giunta, in perfetta buona fede. Anche per questo non avrò alcuna esitazione nel votare Rutelli pure al ballottaggio, quali che siano le conseguenze sugli assetti del Pd. A questo punto, seriamente, non penso che il problema sia dove finirà Veltroni, ma dove siamo finiti noi.
Ma se sento, vedo, leggo o percepisco in qualsiasi maniera un altro che mi spiega che aver sbattuto fuori dal parlamento o annichilito tutti i potenziali avversari di Berlusconi, avergli consegnato la maggioranza di destra più di destra (e più maggioranza) della storia repubblicana, aver fatto tutto questo senza nemmeno guadagnarci mezzo voto rispetto al 2006 – anzi, togliete dal 33,1 per cento del Pd i voti degli elettori della sinistra arcobaleno abbindolati dalla balla che “siamo a due punti di distacco” (che tanto non li vedrete più, quindi tanto vale abituarcisi subito) e scoprirete come per magia che il Pd rispetto al 2006 di voti ne ha persi, e pure parecchi – il prossimo, dicevo, che mi spiega che tutto questo è una grande vittoria riformista, che dovremmo pure essere contenti, che guarda che fior di bipolarismo e di semplificazione, che adesso dovremmo proprio correre a fare una bella riforma per “istituzionalizzare” questa meraviglia, e magari fare pure la riforma semipresidenziale – che il semipresidente è già lì che aspetta – il prossimo, dicevo, che mi spiega tutto questo, e non aggiunge immediatamente: “No no no, dai, stavo solo scherzando, era per sdrammatizzare”, il prossimo, uno solo ancora che me lo dice e vi avverto, seriamente, è la volta che chiamo Occhetto. Per scusarmi.
Ma credo che la stagione dei post intitolati “senza commento”, su questo blog, sia molto prossima alla fine.
A lungo – fino a circa cinque secondi fa – ho pensato di essere un caso di patologica incapacità di stare al mondo. Come se una forza misteriosa mi spingesse a dire sempre la cosa giusta al momento sbagliato, alle persone sbagliate, nel modo sbagliato. Come se nel sostenere cose giuste senza scatenare una rissa non ci fosse alcun merito. Come se lasciare in pace il prossimo fosse una scelta eticamente discutibile. Come se uno dovesse sempre farsi carico della riforma intellettuale e morale dell’umanità, per dimostrarsi una persona decente (invece che un semplice rompicoglioni). A lungo ho pensato che tutto questo, per me, fosse una sorta di malattia dell’anima, più che una banalissima forma di infantilismo. Poi ho letto questo. Ora, nel merito della questione forse avrei pure qualche distinguo da fare, ma non è questo che conta, anche perché probabilmente sarebbero distinguo che peggiorerebbero la mia posizione. Il fatto è che leggendo quel post ho pensato che le cose sono due: o io sono riuscito a trovare uno che sta peggio di me, oppure c’è davvero qualcosa che non va, là fuori.
Tornato alla scrivania, buttata l’agenda nel cestino e svuotato il posacenere nel cassetto, sono giunto alla conclusione che un po’ di vacanza forse non mi farebbe male. E ho cominciato a scorrere con cupidigia i voli in partenza il 12 aprile.
A te, uomo fortunato. A te che cammini sopra le miserie del mondo senza fartene carico, dunque senza sentirne il peso, perché il dolore non ti appartiene, perché la tua strada è sempre in discesa. A te che al dolore del prossimo non mostri alcuna indifferenza, potendo dire a te stesso – senza mentire – di esserne sempre stato, semplicemente e felicemente, ignaro. A te che trovi sempre la migliore sorpresa nell’uovo, il posto libero sull’autobus, il biglietto vincente della lotteria. A te che vai al bancomat e nemmeno hai bisogno d’inserire la tessera, perché qualcun altro – dopo averla inserita e pure ritirata, così da non lasciarti nemmeno l’ombra del dilemma morale – ha dimenticato di prendere i soldi, 250 euro fruscianti che sono dunque rimasti lì ad aspettarti, gentili e premurosi. A te che stai leggendo queste righe – uomo senza carità – sorridendo prima e sghignazzando poi. Sappi soltanto che io al tuo posto me li restituirei subito.
Lo so, non è più come prima. Lo so: non c’è più la poesia, la passione, l’avventura, la paura e la gioia dei primi incontri. Lo so. E’ vero. Non posso negarlo: non dedico più a questo blog tutte le attenzioni di un tempo. Ma la verità è che negli ultimi giorni ho avuto un sacco di cose da fare. Sul serio. Lavoro, impegni, responsabilità.
Per dirne una, ho un tumblr.