Sul caso di Eluana Englaro non mi sono ancora formato un’opinione precisa, al contrario di Anna Meldolesi, che un’opinione precisa ce l’ha. Non lo dico come trucchetto retorico da due soldi - del tipo: io ci ho i dubbi e tu no, quindi ho ragione io – perché non escludo affatto che alla fine abbia ragione lei, ma non è questo che mi interessa. Mi interessa molto, invece, l’intervento del francescano Daniel Sulmasy da lei citato, che risale a un anno fa, a proposito di “recenti ed impercettibili modificazioni della lingua italiana” che hanno creato “una cultura che riduce inutilmente le possibilità di scelta in materia di decisioni nell’ambito della cura dello stadio terminale per pazienti, famiglie e medici”. Mi interessa moltissimo perché il problema non riguarda solo la medicina. Riguarda il modo in cui nel nostro paese si sono paurosamente ridotte, anche attraverso “recenti ed impercettibili modificazioni della lingua italiana”, le possibilità di scelta da parte dei cittadini in tutti i campi. Per fare solo qualche esempio: in materia di economia, politica internazionale e politica interna. Più in generale, direi che il problema di oggi è il modo in cui viene progressivamente restringendosi lo spazio della decisione democratica, certo non solo nel nostro paese, ma nel nostro paese in forme probabilmente molto più virulente e pericolose che altrove. Ecco, credo che su questo bisognerebbe organizzare un grande convegno, con politici, economisti, storici, costituzionalisti, esperti di bioetica e di linguistica. Come titolo proporrei: “Dal modello Wimbledon all’accanimento terapeutico“.
Dunque, ricapitoliamo. La sicurezza non è né di destra né di sinistra. La valorizzazione del merito e della competenza non è né di destra né di sinistra. Figuriamoci se può essere di destra o di sinistra la salute, la vita, il benessere dei cittadini. E il lavoro, allora? C’è forse qualcuno che vuole la disoccupazione? Sarà mica di destra o di sinistra, il lavoro. E la crescita. E lo sviluppo. Scherziamo? Vorremo mica dividerci sullo sviluppo, come la canzone di Gaber, la doccia è di sinistra e il bagno è di destra? Certo che no. Per me va benissimo: servono riforme condivise, bisogna unire e non dividere, dobbiamo pensare all’interesse del paese. Ottimo. Ma se le cose stanno così, per quanti sforzi faccia, continuo a non capire a cosa servano le elezioni.
Immagino che Giovanni Sartori non sia nemmeno consapevole della straordinaria trovata che gli è stata suggerita dallo spirito del tempo, molto prima che da Paolo Mieli e da tutti gli editorialisti del Corriere della sera – a cominciare da Francesco Giavazzi – e poi di Repubblica, Espresso, Stampa e via elencando. Insomma, da tutto quanto il nostro meraviglioso establishment accademico-finanziario. Leggete l’editoriale oggi in prima pagina sul Corriere, questo straordinario prodotto dell’intelletto collettivo, che Sartori ha involontariamente usurpato con la sua firma. E leggete la domanda con cui l’articolo si chiude: “Il Cavaliere si vanta di essere un imprenditore. Perché non ci spiega, allora, come mai applica all’azienda Italia criteri di reclutamento che certo non applicherebbe alle sue aziende?”.
Così si conclude l’editoriale di questo singolare antiberlusconiano: con un rimprovero a Berlusconi perché non applica alla “azienda Italia” – nel caso specifico: alla formazione del governo del paese – gli stessi criteri che si applicano alle aziende (quanto poi il reclutamento nelle aziende, in Italia, il paese del “capitalismo familiare” eccetera eccetera, segua davvero gli aurei criteri del merito e della competenza tanto cari a Giavazzi sarebbe un altro discorso). Per dovere di cronaca: Giovanni Sartori è autore di un libro intitolato “Democrazia: cosa è”.
Il punto interrogativo, evidentemente, dev’essere saltato in tipografia.
Salvatore Ligresti dice che la cordata italiana c’è. E io, non sapendone nulla e capendone ancor meno, tenderei a crederci (d’altra parte, penso di essere l’unico italiano ad averci creduto pure prima, per cui).
Oltre al video capolavoro citato nel post qui sotto, per completezza d’informazione, non posso non segnalare l’articolo di Marco Ferrante sul Foglio di domenica: “Bonaparte in semirovesciata”. (continua…)
ALITALIA/ VELTRONI: GOVERNO INTERVENGA, POLITICA RESTI FUORI
(Apcom delle 12.09)
Oggi ho finalmente chiamato la mia banca, per via del problema di cui sotto. Mi hanno detto che dovevo recarmi fisicamente sul luogo del delitto, trattandosi di banca diversa dalla mia, per spiegare loro il problema e vedere se risultava un avanzo al bancomat. Sono arrivato lì poco dopo le due e una signora che puliva i vetri mi ha detto che era chiuso. Dal foglietto appiccicato alla porta ho capito che ero arrivato proprio all’inizio della pausa pranzo, dalle 14,20 alle 15,30. E così me ne sono andato a pranzo anch’io. Alle tre e mezza, puntuale come un orologio, sono tornato. E mi hanno detto di nuovo che era chiuso. E finalmente ho capito che la scritta “14,20-15,30″ non rappresentava l’intervallo, ma l’orario di lavoro, o almeno quella parte dell’orario di lavoro dedicata ai rapporti con la clientela. E ho ripensato all’articolo del vicedirettore (per l’economia) del Corriere della sera, che qualche giorno fa cominciava così. E parlo di questo per dire soltanto l’ultimo di una lunghissima serie, senza perdere tempo con tutte le annate del Corriere. Quotidiano edito dalla Rcs. Società controllata da tutte le maggiori banche del paese. Editori liberali come nessun altro – sia chiaro – senza i quali forse non avremmo mai potuto leggere che grazie a Mario Draghi, dopo la cacciata manu militari di Antonio Fazio e di tutti i loro avversari nella guerra per il controllo delle banche, nel 2005, il nostro sistema bancario è divenuto finalmente moderno e aperto alla concorrenza, nel supremo interesse del paese e dei cittadini-utenti-consumatori. E così, con 250 euro in meno ma tanta consapevolezza in più, me ne sono tornato in ufficio, chiedendomi se forse non dovrei prendere esempio da Gian Antonio Stella, dai suoi articoli sul Corriere e dai suoi libri editi da Rizzoli, e scrivere anch’io qualcosa sulla “casta” di “intoccabili” che ci opprime. Tipo Mastella.
“La banca Morgan, di fronte alla rivolta degli azionisti di Bear Stearns che, colpiti dolorosamente nel portafoglio (…) hanno minacciato azioni legali massicce, magari col probabile lavaggio dei panni sporchi in pubblico (…) non ha esitato, per stroncare tale possibilità, a quintuplicare il valore della propria offerta. Ovviamente la Fed era d’accordo”.
“Quella parte dei commentatori che ha il riflesso condizionato di dar sempre ragione a chi comanda non ha ritenuto opportuno sottolineare l’inanità dell’intera operazione, dal punto di vista sia della legalità che dell’opportunità politica. Poco o nulla essi hanno creduto opportuno dire sulla radicale perdita di credibilità che Bernanke e Paulson (che ovviamente è stato anche lui d’accordo) hanno sofferto avallando sia il primo prezzo che il secondo”.
“Se infatti il prezzo quintuplo si giustifica vuol dire che la banca centrale stava col silenzioso assenso del tesoro finanziando una gigantesca operazione speculativa permettendo alla Morgan di offrire un prezzo cinque volte inferiore. Se invece il prezzo quintuplo non si giustifica allora vuol dire che offrendolo sia la banca che la Fed hanno veramente perso la testa e navigano senza bussola in un mare in tempesta”.
Marcello De Cecco, Repubblica - Affari e Finanza
Sul Corriere della sera Massimo Gaggi sostiene che la crisi attuale non dimostra affatto che il liberismo non funziona, ma solo che è stato applicato male. Ricorda qualcosa?