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Nel Pd si parla di relativismo e capitalismo

21/07/2010

Il dibattto sul ruolo dei cattolici nel Partito democratico – quindi su laicità, futuro della socialdemocrazia in Europa, storie e identità della sinistra italiana – può facilmente trarre in inganno. Lungo questo crinale, dopo l’elezione di Pier Luigi Bersani alla segreteria, nel Pd si è aperto un confronto che tocca la stessa ragion d’essere del partito, provocando tensioni che non sono certo invenzione dei giornali. Ma a seguire la discussione dall’interno, non solo l’esito, ma la stessa collocazione delle forze in campo, e l’oggetto del loro contendere, possono apparire sotto una luce diversa, a tratti persino sorprendente.
E sorpreso era senza dubbio Mauro Magatti, preside della facoltà di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano e autore per Feltrinelli del saggio “Libertà immaginaria – le illusioni del capitalismo tecno-nichilista”, giovedì sera, mentre prendeva posto al tavolo del seminario organizzato dai Giovani democratici nella sede romana del Pd in via Sant’Andrea delle Fratte. E con un filo di imbarazzo confessava di essersi aspettato una platea leggermente diversa. Dietro la lunga fila di tavoli disposti a ferro di cavallo, accanto agli organizzatori, al segretario Fausto Raciti e ai militanti dei Giovani democratici, sedevano infatti tra gli altri Franco Marini e Pierluigi Casagnetti, l’ex presidente delle Acli Franco Passuello e il senatore Stefano Ceccanti. Ma anche Ugo Sposetti e Gianni Cuperlo, l’eurodeputato dalemiano Roberto Gualtieri e il deputato veltroniano Marco Causi. Il parlamentare (ed ex sindaco di Brescia) Paolo Corsini e l’onorevole Lino Duilio. E appena un po’ discosto, oltre il tavolo, tra un filosofo (Massimo Adinolfi) e due storici (Miguel Gotor e Francesco Biscione), il tetragono responsabile organizzazione del Pd, Maurizio Migliavacca. Non proprio la platea che ci si aspetta di incontrare a un seminario dei Giovani democratici, sia pure per parlare di due libri impegnativi come il saggio di Magatti e come “Chiesa e capitalismo”, con interventi di Ernst-Wolfgang Böckenförde e Giovanni Bazoli, pubblicato da Morcelliana e curato da Michele Nicoletti, professore di filosofia nonché segretario del Pd trentino, collegato in videoconferenza.
Il fatto stesso che nella sede del Pd, dinanzi a un simile parterre, ci si riunisca per parlare di “Chiesa e capitalismo” e di “libertà immaginaria”, intesa qui come suprema illusione di un “capitalismo tecno-nichilista”, dà un’idea abbastanza precisa di quale sia il merito della riflessione e anche il vero oggetto del dibattito interno al Pd. Un dibattito non scontato e dagli esiti aperti, come dimostra subito Franco Marini, che al termine delle due relazioni, incentrate sui guasti prodotti da quella che per brevità potremmo chiamare egemonia del pensiero neoliberale, prende la parola per scandire con asprezza che gli ultimi trent’anni hanno segnato una tragica sconfitta culturale della sinistra. E rivolgendosi a Sposetti, col sorriso sulle labbra, ma senza abbassare il tono di voce, osserva: “Ma proprio da voi, debbo dire, mi sarei aspettato una maggiore resistenza”. Per concludere che “da tutte queste riflessioni io ricavo che noi di qui dobbiamo uscire con una maggiore radicalità”.
Nel merito, però, l’intervento più spiazzante è quello di Paolo Corsini, che riprende un passaggio di Bazoli a proposito di “meritocrazia”, per notare la non irrilevante distinzione tra “meritocrazia”, che è l’esatto contrario di democrazia, e semplice riconoscimento del merito. Non si tratta di una banale precisazione professorale, ma di una presa di posizione rispetto a una campagna martellante, e di chiara matrice confindustriale, che fa il paio con quella sulla “casta”. La riproposizione acritica di simili slogan da parte della sinistra, e di tanti dirigenti del Pd, è infatti tra i segni più evidenti di quella trentennale “sconfitta culturale” di cui parla Marini. Ma più significativo ancora è che il primo moto di ribellione a questa deriva venga da un banchiere cattolico (Bazoli) e dal cattolico ex sindaco di Brescia. Significativo, ma niente affatto innaturale.
Il dibattito, infatti, non è certo un revival del marxismo. Al centro sta la “questione antropologica”, quella che Böckenförde definisce l’idea di “uomo funzionale” (alle esigenze del sistema finanziario) e che Magatti chiama “capitalismo tecno-nichilista”, come negazione del valore della persona, come frutto di un desiderio di onnipotenza e di quell’individualismo radicale che ha contrassegnato gli ultimi trent’anni. Una deriva contestata in nome del senso del limite, di un’altra concezione dell’uomo e della società, o per dirla alla buona – rovesciando il famoso slogan thatcheriano – a partire dall’idea che l’individuo non esiste. Nelle parole di Magatti: che siamo sempre “impregnati dell’altro”.
Se poi tutto questo discorso può sembrare una strada molto comoda all’intesa con la sinistra, basta seguirne il filo fino in fondo, e cioè fino al punto in cui dall’“uomo funzionale” e dalla deriva “nichilista” del capitalismo moderno si arriva alle questioni bioetiche, a Joseph Ratzinger e alla Caritas in Veritate, per capire che di scontato non c’è nulla. Volendo, anche se probabilmente è una definizione che non tutti accetterebbero di buon grado, il “comune nemico” – per ex dc ed ex comunisti – potrebbe identificarsi in una sola parola: relativismo. Oppure, se si preferisce, in un nuovo composto: relativismo neoliberale.
Già parlare di ex democristiani ed ex comunisti è però una forzatura. In questo dibattito, infatti, non è per nulla scontata neanche la divisione tra le diverse anime del Pd, che non passa affatto tra cattolici e sinistra, ex Dc ed ex Pci, ex Margherita ed ex Ds. A muovere le critiche più radicali alle due relazioni, da posizioni liberali, sono non per niente i veltroniani Causi e Ceccanti. E a esprimere la più convinta adesione è il dalemiano Gualtieri. Tutti ex diessini. E se Gualtieri mette sotto accusa l’impianto su cui il Pd è stato edificato da Walter Veltroni, a cominciare dal famoso discorso del Lingotto, considerato come la summa teorica del “modello americano” (politico, economico e istituzionale), si potrebbe osservare che alla guida del Pds prima e del governo poi, quando la sinistra italiana aderiva alla linea della Terza via blairiana e clintoniana senza troppe esitazioni, c’era proprio Massimo D’Alema. E c’erano tutti – D’Alema, Marini e tutti i presenti al seminario di giovedì – quando Veltroni su quella linea si candidava alla guida del Pd. Anzi, erano proprio loro a candidarlo. A proposito di nichilismo e relativismo. (il Foglio, 21 luglio 2010)

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3 commenti leave one →
  1. mauro permalink
    21/07/2010 10:01

    Ma il contrario di relativismo non è assolutismo? Oppure, siccome si tratta del relativismo neoliberale, si vuole un altro relativismo? Ma in tal caso i cattolici saranno ancora d’accordo?

  2. roberto permalink
    21/07/2010 10:10

    Finalmente: furono D’alema e Marini. A buttare giù Prodi ? No, a candidare Veltroni alla guida del PD.

Trackbacks

  1. Poi dicono che il Pd non dà più notizie « Quadernino

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