Per quanto ne so io, se un segretario di partito, un presidente della Repubblica, un amministratore delegato o un amministratore di condominio vuole che si torni a discutere e a votare su chi e come debba dirigere il partito – lo stato, l’azienda, il condominio o quel che è – mica deve chiedere il permesso a nessuno. Si dimette, e il congresso – il parlamento, l’assemblea degli azionisti, il condominio – è bell’e convocato. Non mi risulta ci sia legge, norma statutaria o consuetidine che faccia divieto di dimettersi senza permesso al titolare di carica alcuna. E infatti non mi pare che un simile divieto sia previsto dallo statuto del Pd. Quello che non capisco, in breve, è dove sia il problema.
La rimonta di Veltroni c’è stata, eccome. E adesso è a due punti di distacco (ancora ieri sera, se non ricordo male, vincevano i sì).
“Insomma oggi ne abbiamo sentite di tutti i tipi e non saprei giudicare. So solo una cosa, queste elezioni erano difficili a prescindere. Lo sapevamo. Azzeccare le mosse giuste richiedeva un delicato equilibrismo, una complessa alchimia. Non dovevamo sbagliare proprio niente. Le abbiamo sbagliate tutte“.
La migliore analisi del voto romano e delle sue complesse implicazioni nazionali e internazionali, politiche e filosofiche, etiche ed estetiche, secondo me, è questa.
CAMPIDOGLIO/ STRISCIONE FAN ALEMANNO: WALTER SANTO SUBITO - 28 apr. (Apcom) - “Walter Santo Subito”. E’ uno degli striscioni portati dai sostenitori di Gianni Alemanno stasera sulla scalinata del Campidoglio, dove si sta festeggiano la vittoria del candidato del Pdl al Comune di Roma. Il perché della richiesta di beatificazione dell’ex sindaco di Roma, Veltroni è spiegato in tre frasi: “Con le primarie ha fatto cadere il governo Prodi, con le elezioni politiche ha fatto uscire i comunisti dal Parlamento, candidando Rutelli ha fatto vincere la destra a Roma”.
Mi ero concentrata sulla beckettiana scelta di un inno di partito che chiedesse a chi doveva prendersi il disturbo di votarlo cosa fosse disposto non a guadagnarci ma a perderci (un po’ come se a “vi levo il bollo” avessero contrapposto “e noi invece ve lo raddoppiamo!”). E invece il frame essenziale era un altro. Me lo aveva raccontato l’autore, e mi è tornato in mente solo ora. Il frame da cui era partito per scrivere quella canzone era uno slogan da disaster movie americano…
Ormai siete abbastanza grandi. E’ giusto che lo sappiate anche voi.
Da un po’ di tempo - oggi, per esempio, lo fa in un’intervista all’Unità - Walter Veltroni dice che il Pd ha preso il 34 per cento. Come si possa arrotondare 33,1 fino a 34 è per me un mistero (per chi soffrisse di amnesie, qui i dati del ministero dell’Interno). Oltre tutto, se il 33 per cento è un grande risultato – come Veltroni e tanti altri hanno sostenuto per giorni – non capisco che bisogno ci sia di alzarsi il punteggio. Ma probabilmente sono io che non ho sufficiente elasticità mentale. Infatti ancora non ho capito come si potesse sostenere fino all’ultimo giorno di essere a due punti di distacco dal centrodestra, se poi è finita 46 (Pdl+Lega+Mpa) a 37 (Pd+Idv). Cioè con nove-dicasi-nove punti di differenza. E adesso le stesse persone che per tutta la campagna elettorale mi hanno spiegato che invece era proprio così, che grazie alle scelte di Veltroni da me tanto criticate la partita era apertissima, che sostenere che il Pd avrebbe raccolto bene che andasse il 34 e male che andasse il 32 era fare del disfattismo, profetizzare sventura, farsi accecare dalla faziosità, quelle stesse persone ora mi spiegano che avere preso il 33 è un miracolo, un successo insperato, un trionfo. Il risultato è lo stesso, ma fino al 13 aprile era una disfatta, dal 14 aprile in poi un trionfo. Per le stesse persone. Buona parte delle quali, per giunta, in perfetta buona fede. Anche per questo non avrò alcuna esitazione nel votare Rutelli pure al ballottaggio, quali che siano le conseguenze sugli assetti del Pd. A questo punto, seriamente, non penso che il problema sia dove finirà Veltroni, ma dove siamo finiti noi.
Il divorzio dalla coalizione di centrosinistra, annunciato da Walter Veltroni con la nuova stagione, non è cosa molto diversa da quel “centrosinistra di nuovo conio” profetizzato da Francesco Rutelli già nel luglio dell’anno scorso. Quanto alla crisi dell’ideologia ulivista e della leadership di Romano Prodi, l’allora presidente della Margherita l’aveva denunciata ancora prima, con una battuta del maggio 2005 destinata a restare celebre: “Ho tirato la carretta, ho mangiato pane e cicoria per costruire il centrosinistra e consegnarlo a Prodi”. L’abbandono dell’antiberlusconismo in favore del dialogo con il Caimano, poi, è la linea su cui è attestato da anni. Non è detto, però, che tutto questo torni a suo vantaggio, nel ballottaggio di domenica e lunedì, in cui dovrà riuscire a raccogliere i voti di tutti, cominciando dalla sua sinistra. (continua…)
Salvatore Ligresti dice che la cordata italiana c’è. E io, non sapendone nulla e capendone ancor meno, tenderei a crederci (d’altra parte, penso di essere l’unico italiano ad averci creduto pure prima, per cui).
Paolo Mieli ha scritto ieri sul Corriere della sera un festoso editoriale per celebrare – appena concluse elezioni che hanno segnato una delle più drammatiche sconfitte nella storia della sinistra italiana – la “vera partenza”. Questa: “Adesso la sinistra centripeta ha davanti a sé due vie: la prima è quella di provare a fare con Casini quel che nell’estate del 1994 D’Alema fece con Buttiglione, cioè lusingarlo e attrarlo nella propria orbita; la seconda è quella di strutturarsi per occupare da sé il centro. Che dire? Della prima opzione non sapremmo, ma la seconda ci appare in prospettiva assai più redditizia. Ma le due insieme non sono facilmente combinabili perché come accadde nel ‘94 la dimensione tattica prende sempre il sopravvento sul profilo strategico”.
Walter Veltroni, oggi, in conferenza stampa: “Partiamo da una grande forza, che se costruirà i rapporti con altre forze, e penso all’Udc, potrà far ripartire la sfida riformista” (titolo del sito di Repubblica: “Veltroni chiama l’Udc: “Insieme per l’opposizione“).