Silvio Berlusconi dice che il suo è un partito “monarchico nella leadership” ma anche “eticamente anarchico”. Ripete che in campagna elettorale non può “promettere miracoli”. Poco prima aveva detto pure che “se gli italiani votano Veltroni vuol dire che se lo meritano”. E’ vero che alle ultime elezioni aveva definito gli elettori di sinistra “coglioni” – ma quelli di sinistra, intanto, non tutti. E poi quella era una vera campagna elettorale (quanti ricordi!) mentre questa qui assomiglia a una partita di calcio senza tiri in porta, a un gelato senza zucchero, a una manifestazione senza polizia (forse perché, a pensarci bene, è la prima campagna elettorale senza Berlusconi).
Lunedì, non riuscendo a trovare una sola parola che non mi sembrasse una verità incontestabile in tutto l’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della sera, ne avevo concluso che stavo invecchiando. Ieri, se solo non me ne fossi dimenticato, avrei scritto che evidentemente stavo invecchiando male, perché mi è capitato lo stesso persino con l’editoriale di Piero Ostellino (che se dipendesse da me farei distribuire in tutte le scuole e imparare a memoria a tutti i bambini come la poesia di Natale). Capite dunque con quale angoscia, oggi, io mi sia accinto a leggere l’editoriale di Francesco Giavazzi. L’angoscia di un uomo che questi tempi cupi e questa surreale campagna elettorale hanno gettato in una profonda crisi d’identità, che si sveglia ogni notte urlando: “Io sono ancora di sinistra!” e poi scoppia a piangere, tormentato ogni mattina dall’ansia di non rivedere il suo volto nello specchio. Grazie al cielo il professor Giavazzi, con quel duro attacco al tremontismo del Pdl, non mi ha deluso neanche questa volta. Io sono di sinistra, che diamine. Dovessi scegliere tra Tremonti e Giavazzi – che è come dire tra Berlusconi e Montezemolo, tra Gambadilegno e Paperoga, tra Zio Paperone e Cuordipietra Famedoro – l’ho sempre detto che non avrei alcun dubbio. E meno male che Montezemolo ha rifiutato l’invito di Veltroni a far parte della sua “squadra” (perché ha rifiutato, vero?).
Anche per il principio di precauzione vale il principio di precauzione.
La mia mamma è sul piede di guerra. L’allarme è scattato ieri, quando lei, esasperata dai miei continui stop and go, ha levato alto il suo monito. “Se ti dovessi dimenticare del mio generoso invito anche stavolta – pare mi abbia detto mia madre – sappi che la bistecca sarà solo l’ultima delle cose che butterò nella spazzatura”. L’allusione, sostengono i bene informati, sarebbe da ricondurre ad alcune pile di carte, libri, riviste, pupazzi e altri oggetti non identificati che ancora ostruirebbero la viabilità in diverse parti della casa che pure, a quanto risulta, io avrei lasciato ormai da diversi anni. Lacci e lacciuoli che alla lunga, inevitabilmente, avrebbero spinto la mia mamma a insorgere, come un sol uomo, contro di me. “Sono gli onori e gli oneri della maternità”, pare abbia replicato – stando almeno alle ricostruzioni più attendibili – nella concitazione di uno scontro al calor bianco, al telefono, io.
Arrivato in non ricordo quale remota regione del Sud, inviato dal centro del partito per ristabilire i collegamenti, Nicola Cundari si vide accogliere da un compagno che lo rassicurò subito sul radicamento del Pci tra le locali masse popolari, grazie all’accordo che in paese avevano appena stretto con la mafia (accordo che ovviamente fece disdettare alla svelta). Di simili bizzarri episodi mio nonno ne ha visti parecchi, essendo stato un dirigente comunista negli anni della lotta di Liberazione, e in un ruolo non secondario, nel Mezzogiorno e specialmente in Sicilia (anche se non citato, perché confuso con altri, nella pur bellissima storia del Pci di Paolo Spriano). Ai tempi del primo processo per mafia contro Andreotti, quando io ero ancora in piena adolescenza - dunque in totale sintonia con la sinistra e con il paese, quando le procure di Milano e di Palermo apparivano a tanti di noi come angeli vendicatori - ricordo una discussione a tavola in cui lui da solo si opponeva strenuamente a figli e nipoti, quasi tutti di sinistra ma non comunisti (mio padre non c’era), con parole durissime contro quei magistrati che stavano distruggendo lo stato di diritto. Ricordo che uscendo mio fratello maggiore, poco più che adolescente, mi spiegò che bisognava capirlo, che era un uomo di un altro tempo, un uomo che il suo tempo lo aveva fatto e che il nostro non lo capiva più. Insomma, un vecchio comunista. E ne provai sincera compassione. Non molti anni dopo, ripensandoci, ne avrei provata per me e per tutti noialtri, traendone una grande lezione su giovani e vecchi, sulla politica, ma soprattutto sullo “spirito del tempo”.
Dove sia ora mio nonno non so. Non so se troverà, anche lì, qualche suo vecchio compagno ad accoglierlo. E magari a spiegargli che lì, data la specificità della situazione locale e considerati soprattutto i nuovi rapporti di forza, hanno ritenuto ragionevole cercare un accordo con i cattolici. Ma sono sicuro che anche in quel caso, da vecchio togliattiano, non si troverà male.
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Titolo in prima pagina sul Corriere della sera: “Pedofilia, Veltroni apre sulla castrazione chimica”. Il segretario del Pd dice che “la società deve ritrovare un sistema di valori”. Qui i termini esatti della cauta apertura di Veltroni al Medioevo, con l’agghiacciante dibattito che ne è seguito. Nel frattempo, a Ballarò, D’Alema spiega che Berlusconi ha voluto le elezioni perché sente che “il tempo gli sfugge”, perché è una “persona anziana”, ansiosa di rivincita (molto meglio, allora, la battuta con cui Veltroni aveva replicato al leader del Pdl che gli diceva di non prendere troppo freddo, nel suo giro per l’Italia: “Me lo dice sempre anche mia nonna”).
Il senatore Sergio De Gregorio, eletto con l’Italia dei valori e passato subito dopo al centrodestra, ora sotto indagine per corruzione, dichiara: “Forza Italia ha finanziato Italiani nel mondo, perché producesse l’importante risultato di consensi conseguito alle ultime elezioni amministrative e perché si impegnasse, quale alleato della Cdl, nelle elezioni politiche all’estero e in Italia”. In giro per Roma si trovano ancora i suoi manifesti con lo slogan “Il coraggio dei valori” (e il coraggio non si discute).
Prosegue il dibattito sulle candidature, l’apertura alla società civile e la chiusura degli apparati, la meritocrazia, i giovani, eccetera. Prima o poi penso che mi dedicherò al tema “Raffaele Lombardo come incarnazione del giavazzismo”. Per ora, siccome anche io un certo rispetto per i valori tradizionali ce l’ho, mi limito a segnalare l’autorevole intervento di Alberto Sordi (”Er primo cittadino è amico mio…”).
Io mi diverto un casino a leggere ogni giorno il mio collega juventino Christian W. Rocca immalinconirsi per le sorti della sua squadra nelle mani di Cobolli Gigli (io, va da sé, sono una canaglia e lo aspettavo al varco, ma in un certo senso posso dire che lo capisco, e sono solidale).
Oggi, in tutto l’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della sera, per la prima volta in vita mia, proprio non mi riesce di trovare una sola parola che non mi sembri una verità incontestabile.
Qui, nei commenti, avevo promesso di pensarci su e scrivere una replica più articolata e più meditata. Poi mi sono accorto che lo avevo già fatto, circa un anno fa, qui (scoprendo così con orrore che a distanza di anni non solo dico sempre le stesse cose, ma le dico pure allo stesso modo, con le stesse battute e le stesse citazioni).
Del perché la riflessione sulle grandi questioni del nostro tempo, alla lunga, deprima.
P.S. In tempi di Binetti e liste pro-life, non è forse superfluo aggiungere che trattasi di presa in giro bonaria, scanzonata e superficiale, a proposito di alcuni tic dai quali io stesso non posso certo dirmi esente.