Forse non sono d’accordo sulla linea politica, che mi pare contenere qualche concessione di troppo ai ritornelli dell’Agenda Tafazzi – cioè allo spirito del tempo – ma credo che questa sia comunque una piccola opera d’arte. E forse anche la linea politica che sottende è in qualche modo letterariamente necessaria, perché in fondo è un esercizio di stile proprio su questo, sullo spirito del tempo, e rimproverarglielo sarebbe un po’ come criticare un romanziere perché il protagonista del suo libro è uno stronzo. Insomma, come sempre, è tutto un equilibrio sopra la follia. Siccome però il tempo passa per tutti, e io mi sono persino affrancato dallo zdanovismo, mi pare giusto segnalarla. E segnalare pure, per parte mia, che ci sono arrivato passando da un blog in cui si parla di “donne pinguinose” e di renne giganti.
In attesa del prossimo corsivetto garantista, il Corriere della sera apre oggi a tutta pagina sulla notizia del giorno. Il vertice di Annapolis, direte voi, che magari avete appena dato un’occhiata a tutti i giornali del mondo meno il Corriere, e quindi date per scontato che il Corriere apra come Repubblica, Stampa, Messaggero, El Pais, il Financial Times, l’Herald Tribune e l’Eco della Cornovaglia. Sbagliato. Il titolo di apertura (a tutta pagina) è “Inchiesta disciplinare sulla Forleo”. Sul Giornale, che al confronto è un luminoso esempio di correttezza dell’informazione e onestà intellettuale, perlomeno la dicono come la pensano, senza nascondere la mano: “La Cassazione vuole punire la Forleo”. Chiaro e inequivoco. Ma soprattutto, il Giornale – dicasi: il Giornale – la notizia la mette in un boxino – dicasi: boxino – non so se mi spiego. Il Giornale.
Si parla ormai di “riforma della legge elettorale” (o semplicemente “riforma elettorale”) come se cambiare legge elettorale equivalesse a fare la riforma della sanità o della giustizia. Ferma restando la vacuità della stessa retorica del “fare le riforme” di questo e di quello – che è anzi non solo vacua ma profondamente dannosa – qui siamo dinanzi a un evidente salto di qualità, a una vacuità al quadrato. A conferma dell’assunto, da oltre quindici anni ci si spiega che occorrono riforme istituzionali per assicurare la famosa “governabilità” (io poi sarei proprio curioso di chiedere a tanti illustri politologi di scuola angloamericana come si traduca in inglese questo termine misterioso: “governance”, per caso?) e da settimane tutti a ripetere che ci vuole una legge elettorale capace di “produrre” due partiti del 35-40 per cento. Dei voti, s’intende, come se il voto degli italiani così come si è espresso in questi anni fosse una variabile impazzita, la prova di un difetto nell’ingranaggio, un baco del sistema. Un problema tecnico, insomma, la cui soluzione va affidata pertanto a un’opportuna “riforma” del sistema di conteggio. Perché a questo dovrebbe servire – innanzi tutto – una legge elettorale: a contare. Non è vero?
Se ieri avessi avuto il tempo di scrivere qui la mia opinione sul corsivo del Corriere della sera a proposito di intercettazioni – corsivo “di cui è facile sospettare la mano”, come dice Luca Sofri – ora sarei quasi certamente in galera. Oggi invece sono più rilassato. E poi mi aiuta il fatto che ne abbiano già parlato altri – Sofri e Orfini – per cui posso limitarmi a qualche considerazione a margine. (continua…)
Roma. Fino alla settimana scorsa, alla sola ipotesi di aprire un dialogo con gli avversari sulla legge elettorale, Silvio Berlusconi rispondeva che non c’era nulla di cui discutere. E fino a non molto tempo prima, nell’Unione, accettare una simile ipotesi significava esporsi alla più infamante delle accuse, quella di “inciucio”. Ma questo accadeva ai tempi in cui un invisibile muro di Berlino divideva in due campi tutte le forze politiche, unico e invalicabile confine del bipolarismo italiano: con Berlusconi o contro di lui. Per discutere di riforme, allora, il segretario del principale partito di maggioranza, Massimo D’Alema, doveva incontrare i suoi interlocutori clandestinamente, alle famose cene in casa di Gianni Letta. Incontri destinati peraltro a non rimanere segreti a lungo. (continua…)
Tra un attacco di influenza e l’altro, come testimonia l’arido deserto di queste pagine, negli ultimi tempi ho potuto leggere i giornali con molta calma, senza l’assillo di dover sempre dire la mia. E così, in base a una semplice analisi di mercato, sono ora in grado di profetizzare quella che sarà senza dubbio la notizia dei prossimi giorni: l’asse Fini-Bertinotti. L’unico rimasto libero.
P.S. Ma se volete un sistema sicuro al cento per cento, in subordine, non escluderei una puntata sull’accordo Brambilla-Turigliatto.
In questi giorni sono accadute molte cose importanti, senza che trovassi il tempo di scriverne qui. Oggi però la notizia non si può mancare. In queste ore siamo tutti appesi a un’angosciosa domanda. Ognuno cerca conforto nei pronostici di amici e colleghi. Ma secondo voi, da uno a dieci, quanto è brutta la nuova veste grafica del Corriere della sera? (A me pare stampata direttamente da internet – la versione on line, in compenso, mi pare bellissima).
Roma. Nella guerra per Antonveneta e Bnl, due anni fa, sono caduti: un governatore della Banca d’Italia, un discreto numero di finanzieri apparentemente inarrestabili, il presidente di Unipol. E per poco non ci rimettevano la testa pure segretario e presidente del maggior partito della sinistra. Ma anche il conquistatore di Antonveneta, Rijkman Groenink, presidente della banca olandese Abn Amro, non si è goduto a lungo la vittoria (avvenuta per intervenuto arresto degli avversari e sequestro “cautelare” delle loro azioni, disposti dal gip Clementina Forleo). Poco dopo, infatti, Abn è stata scalata da un consorzio di banche, tra cui il Santander. E il Santander ha venduto l’Antonveneta al Monte dei Paschi di Siena. E così, apparentemente senza sparare un colpo, il presidente di Mps Giuseppe Mussari si è portato a casa una delle due banche al centro di tante contese. Contese che avevano spaccato la sinistra, con l’Unipol (e i vertici dei Ds) da un lato, il Monte e un nutrito gruppo di autorevolissimi esponenti del centrosinistra dall’altro. Lo si potrebbe definire il trionfo della finanza perbene. Dalla stessa parte, infatti, stava tutto intero quello che si usa chiamare “salotto buono”. (continua…)
Roma. Walter Veltroni, a quanto pare, pensa che vincere non sarebbe sufficiente. Adesso, dentro il Pd, deve stravincere. Soprattutto se il governo Prodi si apprestasse davvero a passare indenne il voto sulla Finanziaria, come Veltroni si augura pubblicamente (e forse, in cuor suo, teme). Perché allora, parola del segretario, comincia “un altro film”. Un film in cui Veltroni è deciso a rivendicare per sé la parte del protagonista. Non per nulla domenica scorsa ha nominato l’esecutivo del Pd lasciando ai margini dalemiani e popolari, ieri ha ottenuto l’elezione di Antonello Soro a capogruppo (nonostante i dissensi diffusi, specie tra dalemiani e popolari, che avrebbero preferito Sergio Mattarella) e nei prossimi giorni annuncerà la direzione, anche questa nominata da lui. (continua…)