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Ineleggibilità

16/05/2013

Secondo me, in uno stato di diritto, se non piace una norma che per venti anni è stata interpretata a favore di tizio, si cambia la norma, non l’interpretazione. Anche se il tizio si chiama Berlusconi.

Democrazia futura

03/04/2013

Matteo Renzi rende noti i nomi (e le cifre) della maggior parte dei suoi finanziatori, tra cui spiccano per notorietà (e generosità) alcuni protagonisti dell’alta finanza. Nel frattempo, alcuni parlamentari del Pd che i giornali definiscono semplicemente “renziani” presentano una proposta di abolizione dei rimborsi elettorali. Renzi sembra legare le due mosse: il rispetto dell’impegno alla trasparenza sui suoi finanziatori sarebbe anche la dimostrazione che si può fare politica senza finanziamenti pubblici. A me però sembra che dimostri l’esatto contrario. Mi spiego: io non ho mai condiviso le posizioni di Renzi in materia di economia, mercato del lavoro, relazioni industriali (la terribile triade agenda Monti-riforma Ichino-modello Marchionne), ma naturalmente non posso escludere che in futuro, con il mutare dei tempi e delle occasioni, Renzi possa cambiare le sue posizioni. Quello che mi sento di escludere è che le cambino i suoi finanziatori. E cioè che pure nel fortunato caso in cui Renzi dovesse sposare la battaglia contro gli eccessi della finanza o contro il modello Pomigliano, Paolo Fresco o Davide Serra, tanto per fare due esempi a caso, continuerebbero a staccargli assegni altrettanto consistenti. Intendiamoci: può darsi che al punto in cui siamo occorra un atto di rottura come quello proposto da Renzi sul finanziamento della politica. Può darsi che in una situazione tanto degradata non resti altro da fare. Può darsi che prima di poter cominciare a risalire si debba scavare ancora un po’. Non lo so, direi comunque che non sono d’accordo, ma non importa. Magari sbaglio io. Mi preoccupa però che i primi applausi a Renzi per la sua dichiarazione di oggi sul fatto che la politica sta perdendo tempo quando invece dovrebbe correre – obiettivamente, non una delle sue più brillanti, nel merito – vengano proprio da Italia Futura, l’associazione-partito di Luca Cordero di Montezemolo. Un altro che certo non ha bisogno del finanziamento pubblico. Quello che mi preoccupa è che tra Montezemolo, Berlusconi, Grillo e Casaleggio, la politica italiana rischia di ridursi a un concorso per miliardari.

Il problema è che in Grecia ci siamo già

14/03/2013

Il dibattito sulla formazione del nuovo governo è già diventato ripetitivo. Ma io continuo a pensare che sarebbe utile, invece, discutere un po’ di più e un po’ meglio non della campagna elettorale o della comunicazione del centrosinistra, ma di quello che è accaduto dal 12 novembre 2011, giorno delle dimissioni di Silvio Berlusconi, al 24 febbraio 2013, giorno delle elezioni. Di quello che è accaduto e di quello che nel frattempo abbiamo detto, scritto, letto e ascoltato. Delle analisi degli analisti, dei sondaggi dei sondaggisti, dei commenti dei commentatori.

Il tema principale di questa lunga fase è stato il rischio di finire “come la Grecia”. Il Pd ha fatto propria questa lettura e così ha giustificato l’appoggio al governo Monti. Il problema è che una larga parte degli italiani in Grecia c’era già: precari di trentacinque o quarant’anni che da questa condizione non sono mai usciti e piccoli imprenditori che in questa condizione sono stati spinti dalla crisi. Per loro il problema non era come evitare di finire in Grecia, ma come uscirne.

Nel frattempo, i provvedimenti, gli annunci, persino le promesse del governo Monti andavano in direzione opposta, nel solco di un’idea delle riforme necessarie al paese che strideva sempre di più con la realtà. Con una realtà, quella dell’Italia del 2012, che continuava a peggiorare per effetto della crisi, ma anche, almeno in parte, per effetto di alcune di quelle ricette che il dibattito pubblico – non solo il governo Monti – continuava a propagandare come la panacea di tutti i mali.

Faccio un solo esempio (che riprendo in parte da un discorso che fa spesso Matteo Orfini e in parte da un’analisi di Alessio Aringoli). Quei ragazzi che negli anni 90 si diplomavano sentendosi dire, anche dai governi di centrosinistra, che nulla avevano da temere dalla flessibilità, perché nella società della conoscenza – se avessero continuato a studiare e a specializzarsi – si sarebbero trovati ben presto a contrattare da pari a pari le proprie condizioni di lavoro con aziende che avrebbero fatto a gara per accaparrarseli, senza bisogno di sindacati e inutili rigidità normative. Tanti di quei ragazzi di allora oggi hanno 35 o 40 anni, nel frattempo hanno studiato fino a non poterne più, accumulando fior di lauree e dottorati, ma vivono ancora di un lavoro precario da poche centinaia di euro al mese che non consente loro nemmeno di lasciare la casa dei genitori. E dopo tutto questo hanno dovuto pure sentirsi dire che erano troppo “schizzinosi” e ”mammoni”, che il problema erano loro.

Il movimento di Grillo è stato lo sbocco naturale per tante di queste persone, come per i piccoli imprenditori impoveriti dalla crisi. Penso alle parole inquietanti del presidente della Confartigianato di Treviso che ho letto qualche giorno fa sul Fatto, a commento della tragedia di Perugia: uno sfogo confuso e rabbioso contro le banche, lo stato, i partiti. Uno stato d’animo diffuso che Grillo ha saputo interpretare e alimentare nel modo più spregiudicato, strizzando l’occhio agli evasori fiscali nei suoi comizi al nord, promettendo il reddito di cittadinanza ai disoccupati del sud ed evocando Berlinguer e la questione morale a Bologna. Ma per quanto spregiudicato e criticabile possa apparirci Grillo nel cavalcare l’onda, resta il fatto che l’onda c’era, eccome.

Disoccupati e artigiani, precari e piccoli imprenditori, nord e sud. Un ceto medio che si è sentito schiacciare sempre di più verso la povertà, fuori dalla cittadinanza, fuori dal mondo. O perlomeno fuori dal mondo di cui si parla sui giornali e in televisione, quello che ha paura di finire come la Grecia e che per evitarlo non ha esitato ad approvare pressoché all’unanimità – partiti, giornali e televisioni – provvedimenti che in molti casi, per chi si trovava già al limite, hanno ulteriormente aggravato la situazione.

Nel pieno della drammatica crisi del novembre 2011 anche le misure più dure prese dal governo Monti credo siano state riconosciute come inevitabili dalla maggioranza degli italiani. Nel pieno dell’emergenza, per salvare il paziente, può essere necessario perfino amputargli un arto, questo lo capiscono tutti. Ma l’emergenza, per definizione, non può durare un anno. E se dopo un anno il medico è ancora lì con il bisturi in mano, a vantarsi dei tagli fatti e di quelli ancora da fare, c’è qualcosa che non va. Viene il sospetto che ci abbia preso gusto.

Io penso che a salvare il centrodestra dall’estinzione sia stato il prolungarsi molto oltre il necessario e il ragionevole del governo Monti. E l’abilità di Berlusconi nello sfilarsene appena in tempo, per condurre una campagna elettorale da opposizione. Così il centrodestra ha contenuto i danni, rovesciando sul centrosinistra tutto il peso di un governo assai più impopolare di quello che un sistema dell’informazione malato ha fatto credere agli stessi dirigenti del Pd (il che ovviamente non diminuisce le loro responsabilità, anzi). Una chiusura autoreferenziale che sospetto sia stata potentemente alimentata dalle primarie (altro che apertura alla società!).

Naturalmente può darsi che io mi sbagli, che abbiano pesato di più altri fattori. Ma se invece avessi ragione, allora le conclusioni da trarne, anche per il futuro, sarebbero un po’ diverse da quelle che si sentono ripetere in questi giorni. Di sicuro, se le cose stanno così, quello che serve al Pd non è la classica ”svolta a sinistra”. Tanto meno, però, la risposta può essere riesumare Agenda Monti, riforma Ichino e modello Marchionne. Servirebbe qualcosa di nuovo, certamente. Ma nuovo davvero.

Suggestioni

08/03/2013

Marzio Breda, quirinalista del Corriere della sera, definisce oggi la linea appena approvata dalla direzione del Pd, quella del governo Bersani appoggiato dai Cinquestelle, come “una missione impossibile”, addirittura “platonica”. Il fatto che ancora se ne parli sarebbe dovuto a nient’altro che “garbo, finzione, suggestione”. Questo, secondo Breda, sarebbe il pensiero di Giorgio Napolitano, il quale solo per “garbo”, appunto, si appresterebbe ad affidare a Pier Luigi Bersani un “mandato esplorativo” (che è cosa ben diversa dall’incarico di formare il governo, perché non consente di andare in parlamento a cercarsi la fiducia). L’articolo di Breda si chiude evocando “la suggestione di un secondo mandato del capo dello Stato al Quirinale”.

Nella stessa doppia pagina, in posizione perfettamente simmetrica rispetto all’articolo di Breda, c’è un retroscena di Maria Teresa Meli sul Pd. Che si conclude così: “Dunque, al Pd scorrono i veleni e si affilano le armi, insomma si torna alla vita di sempre”. Lo cito solo perché da tempo penso che sarebbe di grande utilità uno studio comparato su lessico, immagini, stile e toni degli articoli di quirinalisti e retroscenisti dei grandi giornali. E’ come passare dal catechismo alla pulp fiction.

A proposito di catechismo, su Repubblica di oggi Paolo Rodari annuncia “perquisizioni durante il conclave”. A quanto pare “i 115 elettori saranno perquisiti dai gendarmi vaticani quattro volte al giorno, quando usciranno per le due sedute giornaliere (una la mattina, l’altra il pomeriggio) dalla residenza di Santa Marta e quando, dopo aver votato, lasceranno la Cappella sistina”. Rodari non parla di veleni che scorrono e armi che si affilano, ma il suo racconto mi ha messo lo stesso una certa inquietudine.

La selezione dei candidati nella lista Monti

23/01/2013

Più luce

30/12/2012

Una settimana fa o giù di lì ho sentito al telegiornale una notizia che mi ha colpito: a Frosinone il comune si lamentava dei continui furti delle luci che addobbavano gli alberi di Natale disposti dall’amministrazione lungo le strade della città. Può darsi che dietro ci fossero dei ladri qualsiasi intenzionati a rivendersele, così com’erano o come materie prime. Ma può anche darsi che avesse ragione il giornalista, secondo il quale si trattava semplicemente di cittadini che volevano addobbare il proprio albero di Natale a spese del comune. O meglio – e questo è proprio quello che mi ha dato da pensare - a spese degli alberi di Natale della città in cui vivevano, delle strade che percorrevano ogni giorno e dove probabilmente passavano anche più tempo di quanto ne passassero dentro casa. Spegnere le luci degli alberi di Natale delle proprie strade, per accendere soltanto l’alberello di casa propria, ecco cosa mi ha fatto riflettere. A colpirmi, insomma, non era la questione morale, ma il punto di vista. Il punto di vista di chi preferisce un alberello acceso dove è il solo a vederlo, al massimo con qualche familiare e amico, a un intero viale di alberi di Natale illuminati. Il punto di vista di chi preferisce illuminare una stanza di casa propria piuttosto che la strada in cui passa tutti i giorni, come se questa gli appartenesse meno di quella. Come se ciò che è di tutti fosse proprio per questo non già un bene comune, ma terra di nessuno. Come se ciò che è per tutti – e questa è la cosa più preoccupante – fosse sentito da ciascuno come estraneo. Insomma: come se l’unica felicità possibile fosse quella privata, individuale, separata, che solo la proprietà esclusiva può assicurare. Ma qui non stavamo parlando mica della battaglia per il controllo delle società municipalizzate, dell’Eni o delle ferrovie. Non era la solita discussione astratta tra fautori di un ritorno a un più forte ruolo dello stato e della politica (tra i quali mi annovero) e sostenitori del liberismo e del mercato come misura di tutte le cose. Stavamo parlando di lucine. Stavamo parlando di alberi di Natale. Ecco, ho pensato, stiamo messi male. E non è che io sia una persona molto religiosa, né che ami particolarmente il Natale, tutt’altro. Ma non è una questione di religiosità. Infatti tutta questa storia mi è tornata in mente solo ieri sera, durante la festa per la chiusura della campagna per le primarie di Matteo Orfini, dove ci siamo ritrovati a parlare di quando le sezioni si chiamavano ancora sezioni e di tante altre cose (l’occasione specifica era la presentazione del mio libro, per unire l’utile agli utili). E insomma adesso non è che posso riassumervi qui tutta la storia dei miei quindici anni di vita da militante di partito, conclusi nel maggio del 2007 per ragioni che non c’è motivo di rivangare. Volevo solo dirvi che io domattina andrò a votare alle primarie del Pd, anche se le primarie non mi piacciono tanto, e che voterò per quello che allora, quando le sezioni si chiamavano ancora sezioni, era il mio segretario di sezione: Matteo Orfini. Perché ieri sera mi sono reso conto che per amore dei particolari spesso non capiamo niente dell’insieme. Perché per entrare o uscire da un partito non basta prendere o restituire una tessera. Perché ci sono molte più cose tra lo spirito del Natale e un qualsiasi alberello in plastica di quante ne sognino le nostre filosofie. Perché è venuto il momento di accendere un po’ di lucine, anche in mezzo alla strada, soprattutto in mezzo alla strada, anche se non mancano i ladruncoli e nemmeno i delinquenti di professione. Perché ci vuole più luce. E per avere più luce c’è bisogno di uscire.

presentazione

L’unico idealismo possibile

08/12/2012

Negli ultimi giorni sono stato impegnato, si fa per dire, nella promozione del mio libro (tra parentesi: secondo voi, avendone pubblicato un altro tre anni fa, posso già dire “il mio nuovo libro”? E se no, da quando potrò cominciare? Quanti libri bisogna avere pubblicato, per poterlo dire con la necessaria disinvoltura: due, cinque, dieci?). Preso da questo ingrato dovere promozionale, però, mi sono reso conto solo ora di non avere dedicato nemmeno una riga, nemmeno qui, all’uscita di un saggio di ben altro spessore – nel senso che è molto più lungo, si capisce – Con le nostre parole, di Matteo Orfini (Editori Riuniti). Pamphlet sugli ultimi vent’anni della sinistra italiana e non solo, libro di battaglia ma anche di ricostruzione storica, analisi politica, revisione critica (e autocritica). Dal punto di vista formale, l’aspetto più originale del libro, almeno che io sappia, è l’idea di appaltare le note a piè di pagina ad altre persone (le più diverse per formazione, professione e provenienza). Tra la varie note esternalizzate, ce n’è anche una mia, che in qualche modo, considerando le ultime novità della politica italiana, mi pare piuttosto attuale. La nota segue una classica citazione tratta da West Wing, sulla politica, la fortuna e il destino (per chi avesse bisogno di un ripasso veloce, può leggere qui).

Nella serie televisiva americana The West Wing, Toby Ziegler è uno dei più ascoltati consiglieri del presidente degli Stati Uniti. Ombroso e irritabile, sempre armato di un sarcasmo sferzante e mai sorridente, all’interno dell’«ala ovest» della Casa Bianca il personaggio interpretato da Richard Schiff lavora come responsabile della comunicazione. Nel regno della politica spettacolo, in cui ai leader democratici si chiede anzitutto di toccare i cuori e ispirare le menti, oltre che di sorridere, il contrasto tra il suo carattere e il frutto del suo lavoro non potrebbe essere più stridente. Ghost writer allergico a tutto ciò che suoni come falsa e vuota retorica, abituato a muoversi dietro le quinte della politica americana e sempre impegnato nel disperato tentativo di conciliare imperativi morali e ragion di stato, lo scostante autore degli appassionati discorsi presidenziali rappresenta forse l’altra faccia del sistema: in un mondo di maschere in cui la retorica sentimentale, la predica moralistica e la posa eroica sono moneta corrente nella lotta per il potere, il suo sarcasmo urticante e la sua manifesta sfiducia nel prossimo restano, in fondo, l’unico idealismo possibile, moralmente coerente con se stesso. Ma qui probabilmente conta anche il suo essere ebreo. Di certo, Toby Ziegler non aspira a essere un uomo buono: Toby Ziegler vuole essere un uomo giusto. Posto nella condizione di influire sul destino degli altri come poche persone al mondo, non può non avvertire a ogni istante, dolorosamente, tutta l’inadeguatezza dei suoi sforzi. Nei rari momenti di pausa, che è quasi sempre una pausa obbligata, dettata dalla necessità di attendere la mossa dell’avversario, un messaggio di risposta da un interlocutore o semplicemente lo sviluppo degli eventi, il rumore sordo e regolare della pallina di gomma che scaglia nervosamente contro la parete della sua stanza testimonia un sentimento di impotenza, insoddisfazione e inquietudine, che sembra non abbandonarlo mai. Ma qui forse c’entra poco la condizione ebraica. C’entra, semmai, la condizione umana.

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