Sintesi del dibattito sull’esito del voto in corso nel Pd

Terza puntata (qui prima e seconda) del grandioso e definitivo confronto tra Giuseppe D’Avanzo e Marco Travaglio, i due massimi esperti mondiali – dopo Beppe Grillo, s’intende – nel campo del giornalismo d’inchiesta, scomodo, libero, indipendente, implacabile cane da guardia del sistema. Insomma, quello che vi dice tutto, ma proprio tutto quello che il potere non vuole farvi sapere.
Il bello è che in questa appassionante disfida ciascuno dei due contendenti muove all’altro esattamente le stesse identiche accuse – confondere le insinuazioni indimostrabili con le accuse circostanziate, le accuse con i fatti e i fatti con la verità – che fino a ieri, a ciascuno dei due, muovevano (secondo loro) i giornalisti prezzolati, asserviti cani da compagnia del sistema, umiliati, venduti e piegati al potere, con la scusa del “garantismo”.
Se proprio volete la mia opinione: secondo me hanno ragione.
Entrambi.
A domanda su quale fosse la peggiore deviazione, se quella estremista o quella opportunista, o se fosse peggiore l’imperialismo delle potenze capitaliste o il fascismo, o non so che altro, dice un vecchio aneddoto che Togliatti rispose secco: “Sono peggiori entrambi”. Ecco, almeno per il momento, sulla grande tenzone che sta tenendo col fiato sospeso tutti gli appassionati sostenitori di revival medievisti, ripristino della gogna e della tortura, importazione della sharia e del collegio dei guardiani a mezzo intercettazione telefonica o custodia cautelare, se devo proprio dirlo, la mia provvisoria conclusione è la seguente: si meritano l’un l’altro.
Non è che sono cattivo, non mi disegnano così e non ho nemmeno avuto un’infanzia difficile. E’ vero che tendenzialmente ho un’opinione piuttosto definitiva - e in genere, va bene, piuttosto bassa - di qualunque argomento-fatto-persona si parli. Ed è vero che puntualmente, alla classica domanda: “Va bene, allora dicci un cosa-fatto-persona che ti piace”, cado regolarmente in un silenzio smarrito. (continua…)
Potrei dire: visto che io sono sospettabile di prendermela con Travaglio perché lavoro al Foglio e Travaglio se la prende con Berlusconi, o perché sono stato iscritto ai Ds e Travaglio se l’è presa con i Ds, o perché se l’è presa con quelli che “tifavano” per l’Unipol e io per l’Unipol tifavo eccome, ebbene, come la mettiamo con l’articolo di Giuseppe D’Avanzo (dicasi Giuseppe D’Avanzo) su Repubblica (dicasi Repubblica) di oggi? E invece no, non lo dico. E non perché pensi che sia semplicemente una questione di territorio, come sostiene lui (sarà pure, ma non è questo il punto). Il fatto è che D’Avanzo scrive molte cose che condivido pienamente - quasi tutte - ma dette da lui, e su Repubblica, senza nemmeno l’accenno di una punta di un barlume di autocritica, no, mi dispiace, non si può fare. E attenzione: non ne faccio nemmeno una questione morale o di stile. Al contrario. Ne faccio una questione - per dirla con le belle parole dello stesso D’Avanzo - di “sincerità e precisione”.
Roma. Il bersaglio delle accuse lanciate sabato da Marco Travaglio in diretta tv, Renato Schifani, lo aveva detto subito: “Vogliono minare il dialogo”. E la notizia della telefonata di Silvio Berlusconi a Walter Veltroni sembrerebbe confermare l’ipotesi. Anche perché questa volta, a differenza di tutte le altre, Travaglio è partito, ma il partito non ha seguito. (continua…)
La migliore analisi su consistenza, portata, implicazioni e riflessi politici interni e internazionali dello shadow cabinet del Pd, secondo me, è questa.
Immagino che Giovanni Sartori non sia nemmeno consapevole della straordinaria trovata che gli è stata suggerita dallo spirito del tempo, molto prima che da Paolo Mieli e da tutti gli editorialisti del Corriere della sera – a cominciare da Francesco Giavazzi – e poi di Repubblica, Espresso, Stampa e via elencando. Insomma, da tutto quanto il nostro meraviglioso establishment accademico-finanziario. Leggete l’editoriale oggi in prima pagina sul Corriere, questo straordinario prodotto dell’intelletto collettivo, che Sartori ha involontariamente usurpato con la sua firma. E leggete la domanda con cui l’articolo si chiude: “Il Cavaliere si vanta di essere un imprenditore. Perché non ci spiega, allora, come mai applica all’azienda Italia criteri di reclutamento che certo non applicherebbe alle sue aziende?”.
Così si conclude l’editoriale di questo singolare antiberlusconiano: con un rimprovero a Berlusconi perché non applica alla “azienda Italia” – nel caso specifico: alla formazione del governo del paese – gli stessi criteri che si applicano alle aziende (quanto poi il reclutamento nelle aziende, in Italia, il paese del “capitalismo familiare” eccetera eccetera, segua davvero gli aurei criteri del merito e della competenza tanto cari a Giavazzi sarebbe un altro discorso). Per dovere di cronaca: Giovanni Sartori è autore di un libro intitolato “Democrazia: cosa è”.
Il punto interrogativo, evidentemente, dev’essere saltato in tipografia.
Pubblichiamo la lettera-documento che due esponenti del Partito democratico di area prodiana hanno inviato il 24 aprile (tre giorni prima del ballottaggio per l’elezione del sindaco di Roma) “ad Arturo Parisi e agli amici ‘ulivisti’ o ‘prodisti’”. La lettera è intitolata “Ma che posto c’è per noi in questo Pd? – Per una riflessione retrospettiva sul 13-14 aprile”
No alla retorica della sconfitta “bella”. Non è tempo di spartiti ordinati e di sinfonie grandiose. Abbiamo perso. Molto. E male. (continua…)