23. La carica di segretario di partito e quella di romanziere sono incompatibili.
Giuro solennemente di non trasformare questo blog, già abbastanza infarcito di fregnacce intimiste, in un ricettacolo di fregnacce autopromozionali. Ho scritto un libro e so che questo è un problema mio. Segnalo solo la splendida recensione uscita sul Foglio di sabato a firma di Stefano Di Michele (qui il pdf) e sobriamente mi limito ad aggiungere che cliccando sull’immagine a fianco è possibile acquistare il libro. Che non è neanche brutto, secondo me.
Un punto di vista interessante.
In un famoso film degli anni Ottanta due giovani amanti venivano condannati a non incontrarsi mai dal maleficio di un vescovo geloso. Ogni giorno, al levar del sole, lei si sarebbe trasformata in falco; ogni sera, al tramonto, lui si sarebbe trasformato in lupo. Dalla fine della Prima Repubblica a oggi così è accaduto anche ai dirigenti del centrosinistra, costretti a una scelta forzosa e innaturale: o dalla parte dei partiti, degli iscritti, delle correnti; oppure dall’altra, con i cittadini, gli elettori, la società civile. Dalla sfida tra Massimo D’Alema e Walter Veltroni fino a quella tra Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini, passando per gli scontri tra lo stesso D’Alema e Romano Prodi – e poi, a parti sostanzialmente rovesciate, tra Romano Prodi e Walter Veltroni – nessuno fino a oggi era riuscito a spezzare la maledizione. continua a leggere…
Per una brevissima fase, anche a chi come me non aveva condiviso la scelta di affidargli in quel modo la guida del Pd, Dario Franceschini diede l’impressione di avere capito l’essenziale: azzerato istantaneamente il governo ombra, messi da parte tutto il frasario, l’iconografia e la colonna sonora della “nuova stagione” veltroniana, sulle prime il neosegretario sembrò smentire tutti i pronostici (lo so, il governo ombra lo avevate rimosso e ora ve la vorreste prendere con me, ma non è così che si risolvono i problemi). Finalmente si parlava di assegni ai disoccupati, salari e stipendi, ma soprattutto non si parlava più di come meglio disintegrare, in asse con Berlusconi, quel che restava delle altre forze di opposizione, smettendo quell’insopportabile cantilena sulla nuova era aperta alla nostra democrazia dalla scelta di “correre da soli” e dalla “vocazione maggioritaria” del Pd, che in verità aveva aperto la strada semplicemente a una schiacciante maggioranza nelle mani di Berlusconi. Si abbandonava la politologia per fare politica, la si piantava di scervellarsi nell’invenzione di sempre nuovi “grandi eventi” e ci si metteva a lavorare sul serio: si chiudeva con un minimo di buon senso l’annosa, ridicola e inutilissima disputa sul dove sedersi nel Parlamento europeo (lo so, avevate dimenticato anche questa) e si diceva una buona volta qualche parola chiara persino sulle questioni bioetiche. In verità, però, in quell’inizio incoraggiante era già presente, solo a volerlo vedere, il germe della dissoluzione. Quando, appena eletto, il neosegretario annunciava l’intenzione di andare a giurare sulla Costituzione assieme al padre partigiano, nella natia Ferrara, non era già tutto chiaro? Qualcuno, lì per lì, al termine di quella stessa assemblea, lo aveva detto: “Com’è Franceschini? E come dev’esse… è er vice”. Proprio così. Un veltronismo senza fantasia, senza la carica dadaista, l’eclettismo creativo e l’inventiva situazionista del maestro. Senza nemmeno Tiberio Timperi. E così, adesso, restano solo i cani randagi, spariti persino cammelli e re magi, mentre il buio senza fondo di questa notte lunga due anni in cui siamo ancora immersi – tra giornalisti che si danno al pedinamento e magistrati che si danno al giornalismo – è squarciato soltanto dal doloroso bagliore di un tristissimo paio di calzini turchesi.
Da tempo mi pare sia sempre più evidente il processo di progressivo incrudelimento della lotta politica in Italia. A pensarci bene si tratta di un problema ricorrente, come se il nostro sistema democratico fosse stato costruito in una zona sismica (e in un certo senso è vero, considerando che è stato edificato sopra la principale faglia della guerra fredda). Di qui le continue scosse, che a volte diventano terremoti e cambiano bruscamente l’intero paesaggio, come nel 92-93. Data la situazione, le persone responsabili nelle istituzioni, nei grandi partiti e nei grandi giornali dovrebbero per prima cosa preoccuparsi di porre un argine all’abusivismo partitico-editoriale che in questi anni è cresciuto attorno a loro, e all’impressionante espansione delle baraccopoli politico-culturali che soffocano il nostro dibattito pubblico, invece di utilizzarli per le proprie piccole speculazioni e scorribande. A questa deriva, fino a ieri, mi pareva però che l’unico a opporsi seriamente fosse il presidente della Repubblica. Da oggi aggiungerei anche il direttore del Corriere della sera.

Il punto di tutto questo gran casino sul fu lodo Alfano, per me, lo ha centrato Rino Formica nella sua lettera al Foglio di oggi: quando l’avvocato Pecorella ha difeso la legge davanti alla Consulta ha utilizzato l’argomento secondo cui attualmente il presidente del Consiglio non sarebbe più un “primus inter pares”, perché gli elettori hanno trovato il suo nome sulla scheda. Di fatto, si dice, il presidente del Consiglio è stato eletto “direttamente” dai cittadini. L’evidente fragilità (e pericolosità) del nostro attuale assetto politico-istituzionale viene da qui: una repubblica parlamentare, secondo la Costituzione, che in questi quindici anni un ampio e trasversale schieramento politico-intellettuale ha tentato in tutti i modi di trasformare “di fatto” in un sistema presidenziale. Con qualche successo, purtroppo.
Delle ultime bellicose dichiarazioni di Berlusconi sulla bocciatura del lodo Alfano una cosa mi colpisce più di tutte, anche se non è affatto nuova, ma mi colpisce ogni volta come la prima volta. Quel fenomenale “il 72 per cento della stampa è di sinistra”, dove da notare non è tanto l’idea che si possa dividere “la stampa” in percentuali, quanto la precisione: non il settanta, o due terzi, o più della metà. Nonnò, proprio il 72. A quel punto io avrei provato a strafare e avrei detto il settantadue-virgola-otto, ma sono dettagli.
In Italia si parla molto della libertà di stampa, molto poco di qualità della stampa. Il suo difetto principale per me sta in un atteggiamento diffusissimo tra i giornalisti, un misto di indifferente superficialità, insopprimibile vocazione all’astruso e superiore disprezzo verso tutto ciò di cui siamo costretti a occuparci. E invece il mantra di tutti i giornalisti – ma forse anche dei politici – secondo me dovrebbe recitare l’esatto contrario: falla semplice, ma sappi che è complicata.

Ritratto di Emanuele Fucecchi